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Lunedì 23 Marzo 2026 11:03

La memoria di don Andrea Santoro, «seme da custodire»



Al Seminario Maggiore la tavola rotonda nei 20 anni dalla morte del fidei donum romano ucciso a Trabzon, in Turchia. Il vicario Reina: «Abbiamo il dovere di alimentare il suo ricordo»

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Testimone di una fede che si fa dialogo nell’incontro e che è «capace di donare la vita», fino alla fine. In questo modo il cardinale vicario Baldo Reina ha guardato a don Andrea Santoro, il fidei donum della diocesi di Roma ucciso 20 anni fa a Trabzon, in Turchia, sottolineando quanto la sua figura sia «ancora attuale in questo contesto storico inferocito e insanguinato». L’occasione: la tavola rotonda “Se il chicco di grano non muore”, organizzata nel ventennale dalla morte di don Santoro al Seminario Romano Maggiore, sabato mattina, 21 marzo. Portando il suo saluto, Reina si è domandato «cosa avrebbe fatto oggi e di quale gesto forte sarebbe stato capace» il sacerdote romano che per 5 anni e mezzo, dal 2000, ha operato in Turchia dopo 30 anni di attività a Roma nelle parrocchie della Trasfigurazione, di Gesù di Nazareth e dei Santi Fabiano e Venanzio, dove oggi riposa la sua salma. Ancora, il porporato ha affermato che «abbiamo il dovere di tenere viva la memoria di don Andrea, custodendo e alimentando il suo ricordo» perché «è da questo ricordo che, a tempo debito, il chicco di grano porterà il suo frutto».

Di un «seme da custodire» ha parlato anche suor Antonietta Papa, delle Figlie di Maria Missionarie, vice-postulatrice della causa di beatificazione del sacerdote; in particolare, la religiosa ha fatto sapere che «da qui a un mese» dovrebbe essere avviata la fase diocesana. Ancora, nel suo intervento su “Don Andrea profeta e testimone per la Chiesa di oggi”, suor Antonietta ha considerato come «senza testimonianza la profezia è ideologia» mentre «senza profezia – e quella di don Andrea era una profezia incarnata, non rumorosa – la testimonianza è routine». Da qui, la riflessione della religiosa su come «la missione per don Andrea era prima di tutto condivisione» laddove portava la sua testimonianza «non per convertire ma per condividere» perché, «come diceva sempre Papa Francesco, la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» e quindi «la coerenza evangelica è la prima prova di annuncio», sono ancora le parole di suor Antonietta.

Anche Maria Grazia Zambon, fidei donum della diocesi di Milano che ha collaborato con don Andrea in Turchia dove opera da 25 anni, ha messo in luce come per Santoro «la disponibilità ad accogliere era fondamentale». Zambon ha parlato infatti di «una “spiritualità della porta aperta”» basata sull’«instaurare il dialogo con chi è altro, con il prossimo che incontri»; ancora, la missionaria ha espresso «il concetto di finestra, tanto importante per don Andrea: si trattava di far circolare l’aria buona dai due lati», operando «uno scambio, perché noi cristiani di qui abbiamo bisogno di riscoprire quelle radici originarie della nostra fede mentre loro, i cristiani in Turchia, hanno bisogno di ritrovare slancio, rinnovamento e apertura universale».

Il «desiderio di don Andrea di riportare il cristianesimo nei luoghi delle sue origini», sentendo che «è da lì che si deve ripartire», è stato messo in luce anche dal vescovo Guerino Di Tora, ausiliare emerito della diocesi di Roma, che nel suo intervento ha parlato di “Don Andrea, profeta e testimone nella Chiesa di Roma”. «La sua esperienza in Turchia era una testimonianza di come vivere il Vangelo in una maniera silenziosa, con la sua persona – ha detto -: non con l’annuncio della Parola ma con il sorriso, nell’incontro». Ha invece considerato “Tempi e contesti nell’esperienza di don Andrea Santoro” Augusto D’Angelo, docente di Storia del cristianesimo contemporaneo alla Sapienza. Dapprima l’esperto ha osservato come «tra gli anni della formazione e quelli della missione c’è il Concilio Vaticano II, con la voglia della Chiesa di essere presente nella storia e capace di ascolto e condivisione delle gioie e delle fatiche dell’umanità», spiegando come «don Andrea assorbe questa realtà». In secondo luogo, D’Angelo ha riflettuto su come «la sua vicenda umana incarna la lezione del Vaticano II, che ha imparato a guardare all’Oriente come a una sorgente che si abita, non a cui si fa la guerra».

In conclusione, i saluti e i ringraziamenti di Maria Cristina Vanzetto, del comitato direttivo dell’Associazione Don Andrea Santoro, che ha constatato «la voglia di continuare ad approfondire la figura di don Andrea». Il prossimo appuntamento, curato dall’associazione “Una finestra per il Medio Oriente” è per il 14 maggio nella parrocchia di Gesù di Nazareth, alle 19, con un incontro di approfondimento su “Don Andrea Santoro parroco”. A chiudere i lavori, la benedizione del cardinale Enrico Feroci, l’ultimo a salutare don Santoro all’aeroporto di Fiumicino il 31 gennaio 2006, cinque giorni prima dell’omicidio.

23 marzo 2026

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