Martedì 24 Marzo 2026 13:03
L’inesorabile declino del dialetto romanesco
Era il 1988 quando oltre il 30% delle famiglie italiane parlavano tra di loro in dialetto. Oggi siamo sotto il 10%. Se si guarda ai dati dell’ISTAT al Nord il dialetto è già stato archiviato da un pezzo, mentre al Sud resiste di più. E Roma? La città eterna, ça va sans dire, è un […]
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Era il 1988 quando oltre il 30% delle famiglie italiane parlavano tra di loro in dialetto. Oggi siamo sotto il 10%. Se si guarda ai dati dell’ISTAT al Nord il dialetto è già stato archiviato da un pezzo, mentre al Sud resiste di più. E Roma?
La città eterna, ça va sans dire, è un caso a parte. Il romanesco non è sparito del tutto, ma ha cambiato funzione. Non è più la lingua quotidiana che usava nonna quando scendeva al mercato, ma serve ancora tanto: si usa per fare ironia, per marcare l’appartenenza e la residenza all’interno del GRA, per sfogare la rabbia (a volte un “mortacci tua” detto bene con la mano alzata vale più di una seduta dallo psicologo). Ma raramente è la lingua principale con cui si cresce.
Ma perché il dialetto sta scomparendo? Non l’abbiamo dimenticato di botto, la spiegazione è più semplice è anche più vera: semplicemente, il dialetto non serve più. Un tempo il dialetto era la lingua della comunità: si lavorava nello stesso posto, si viveva nello stesso quartiere, si parlava con le stesse persone per tutta la vita. Il dialetto era efficiente, preciso, condiviso da tutti. Un linguaggio in codice che faceva comunità. Possiamo dire che ancora oggi è così? In una società in cui la mobilità la fa da padrona, oggi vivi a Roma, lavori per una società inglese con sede a Milano e la tua compagna è francese con padre giapponese. Alla fine chi rimane con cui parlare in dialetto? Il barista di quartiere che ancora non ha il POS, il meccanico e nonna Pina al pranzo della domenica.
C’è anche un altro elemento da valutare, ancora più sottile: il dialetto espone. Ti identifica subito, ti colloca, dice da dove vieni e alcuni, spesso in maniera abbastanza ridicola, credono che cadenze e accenti del nord siano preferibili, come un indice di maggiore… non si sa bene cosa. Sta di fatto che almeno una volta nella vita ci siamo imbattuti in quell’amico che dopo tre mesi a Milano è tornato giù con una cadenza ridicola, potremmo definirlo il milanese del meridionale. La lingua imbarazzante di chi vuole disperatamente nascondere le sue origini.
E poi l’italiano che parliamo oggi non è certo quello di 50 anni fa. È una lingua nuova, un ibrido che si riempie ogni giorno di qualche nuovo inglesismo. Ecco, volendo fare un esempio calzante, se sei ancora umano puoi pagare alla romana, se sei stato irreversibilmente imbruttito dalla vita non puoi fare altro che “splittare il conto”. Questo nuovo italiese, che è una lingua che combina la lingua di Dante a quella di Shakespeare sotto acidi, serve per lavorare, per studiare, per spostarsi. Il dialetto, invece, funziona solo se resti. E noi, collettivamente, abbiamo smesso di restare.
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