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Giovedì 26 Marzo 2026 09:03

Il suicidio assistito di Libera «interroga l’intera comunità»



Pegoraro (Pav) interviene sulla vicenda della donna, 55 anni, affetta da sclerosi multipla, morta a casa per l'autosomministrazione di un farmaco letale. «Massimo riconoscimento e rispetto»

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Libera, 55 anni, toscana, affetta da sclerosi multipla, è morta ieri, 25 marzo, nella sua casa, dopo essersi autosomministrata un farmaco letale tramite il dispositivo con comando oculare predisposto dal Cnr per consentirle di azionare l’infusione endovenosa del farmaco, superando così l’ostacolo della tetraparesi spastica del corpo che le impediva qualsiasi movimento. È la 14ª  persona in Italia ad aver avuto accesso al suicidio medicalmente assistito e la seconda in Toscana seguita dall’Associazione Luca Coscioni.

«È sempre fonte di rammarico constatare come una persona possa individuare nel suicidio l’unica via d’uscita per porre fine a una sofferenza o a una malattia che, pur meritando il massimo riconoscimento e rispetto, interroga l’intera comunità». Lo ha detto intervenendo a margine degli Stati Generali della rete di trapiantologia il presidente della Pontificia Accademia per la vita Renzo Pegoraro, che proprio ieri Papa Leone ha nominato vescovo titolare di Gabi, conferendogli il titolo personale di arcivescovo. «Ci si chiede come mai il suicidio venga considerato la soluzione definitiva nonostante l’esistenza di strumenti normativi già consolidati», ha osservato, ricordando che «da un lato, la legge 38/2010 sulle cure palliative garantisce il dovere di offrire un’assistenza integrale a chi affronta patologie croniche, degenerative o disabilità gravi. Dall’altro, la legge 219/2017 permette la sospensione di qualsiasi trattamento, assicurando continuità assistenziale e, laddove necessario, il ricorso alla sedazione palliativa profonda».

Nelle parole del presule, «questi due strumenti offrono già risposte concrete al dolore, rendendo difficile comprendere perché l’idea del suicidio debba imporsi con tale forza. Lo scenario mette in difficoltà la società, spingendola a riflettere su come assistere chi soffre senza scivolare in una visione orientata esclusivamente verso la fine volontaria della vita. Accompagnare qualcuno verso una morte dignitosa è un impegno etico e civile fondamentale – ha concluso -, ma questo non deve tradursi automaticamente né necessariamente nella pratica del suicidio assistito, poiché la tutela della dignità passa innanzitutto attraverso la cura, l’assistenza e la vicinanza umana nella fase conclusiva dell’esistenza».

26 marzo 2026

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