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Venerdì 27 Marzo 2026 13:03

Nigeria, il vescovo di Wukari: «Il mio popolo vive un esodo»



Le parole di Mark Nzukwein raccolte dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre. «La diocesi assediata dalla violenza delle milizie fulani». Sfollati attualmente oltre 90mila fedeli

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«Il mio popolo sta vivendo un esodo». Mark Nzukwein, vescovo di Wukari, nello Stato di Taraba, nella Middle Belt nigeriana, racconta alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) la grave crisi di sicurezza che sta vivendo la sua diocesi, a motivo della presenza di gruppi armati composti prevalentemente da membri dell’etnia fulani. «Più di sette presbiteri e diverse residenze sacerdotali sono stati attaccati e vandalizzati – riferisce -: un numero che supera di gran lunga i due attacchi registrati in precedenza, evidenziando una preoccupante escalation della violenza. Non si sono registrati feriti – aggiunge -, poiché le canoniche e le aree circostanti erano state evacuate in anticipo a causa delle minacce ricevute».

Secondo il vescovo, questi attacchi sembrano essere collegati alle manifestazioni pacifiche organizzate il 12 febbraio 2026 da sacerdoti, religiosi e fedeli laici della diocesi, a seguito dell’uccisione di 80 fedeli e degli attacchi a oltre 200 comunità nelle settimane precedenti, comprese chiese e luoghi di preghiera. «La manifestazione è stata un segno di solidarietà e una protesta contro la mancanza di sicurezza. La nostra diocesi è assediata dalla violenza delle milizie fulani che attaccano la popolazione, provocando una grave tragedia in tutto lo Stato di Taraba», afferma. Al momento, la situazione nella diocesi resta estremamente allarmante, generando paura e ansia tra la popolazione locale. «Le forze di sicurezza locali fanno ciò che possono, ma il numero dei banditi è enorme – dichiara ancora Nzukwein -. Sappiamo che si stanno riorganizzando, per questo abbiamo avvertito la popolazione di possibili nuovi attacchi. L’esercito è sopraffatto. Gli aggressori fulani sono di gran lunga più numerosi».

Il vescovo denuncia anche la mancanza di giustizia: «Non sappiamo chi siano, da dove vengano né chi li finanzi, ma il governo federale deve intervenire. Non ci sono arresti, né responsabilità accertate. L’impunità è scoraggiante». Il risultato è un clima di paura costante che paralizza la popolazione: «Si gioca con la vita delle persone. Non si è al sicuro da nessuna parte. Non si sa cosa accadrà un attimo dopo. L’unica cosa che può proteggerti è la preghiera. È una grande tragedia non sentirsi al sicuro nel proprio Paese».

La violenza ha provocato una fuga di massa. Attualmente, i fedeli sfollati sono oltre 90mila. «Li vedo continuamente spostarsi con i loro beni da un luogo all’altro», lamenta. Molti rifiutano di recarsi nei campi profughi, temendo di essere dimenticati o di diventare bersagli facili. «Non vogliono andare nei campi perché lì vengono dimenticati, come se fossero parcheggiati e abbandonati. Con l’avvicinarsi della stagione delle piogge, le condizioni peggioreranno ulteriormente. Temono anche di essere attaccati nei campi, perché rappresentano un bersaglio più grande e facile. Molti preferiscono rifugiarsi presso parenti», spiega.

Ad aggravare la crisi, la scarsità di cibo e l’interruzione dell’istruzione. «Il futuro dei giovani viene distrutto, e questo alimenta un circolo vizioso, perché migliaia di giovani senza istruzione possono facilmente essere reclutati in attività criminali. Ma a chi importa di queste vite? Chi si prenderà cura di loro se moriranno?», sono ancora le parole del presule, che pure trova speranza nella fede della sua gente. «Quando li vedo pregare, quando celebro la Messa con loro, sono pieno di speranza. Ma stiamo portando un peso molto grande. Il nostro popolo sta vivendo un calvario».

Oltretutto, la diocesi ha recentemente perso anche la sua cattedrale, distrutta da un incendio causato da un sovraccarico elettrico il 4 marzo 2026. Nonostante i tentativi di spegnere le fiamme, l’edificio è stato completamente distrutto. «Dal punto di vista umano, sembra che tutto ci venga tolto», afferma il vescovo. Tuttavia, «anche i più poveri vengono da me e dicono: “Darò quel poco che ho”. Anche amici protestanti e musulmani stanno offrendo aiuto. La fede non è nelle pietre, ma nelle persone. Per noi – prosegue, riferito alla Pasqua ormai imminente – la Settimana Santa non è un evento storico, è la vita stessa; è incarnata nel mio popolo. Siamo messi alla prova, ed è un privilegio. Vediamo il mondo frammentarsi, e uno di questi luoghi è la mia diocesi». Lo racconta con un’immagine potente: «Un sacerdote ha collocato una croce in una delle canoniche abbandonate come simbolo della nostra sofferenza. Ma quella canonica è stata vandalizzata, e hanno persino cercato di bruciare la croce».

27 marzo 2026

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