Venerdì 27 Marzo 2026 13:03
Noelia, morta a 25 anni sotto il peso della solitudine


La giovane ha scelto l'eutanasia ma non era malata né tantomeno terminale. Prima di lei la belga Siska De Ruysscher, 26 anni. Due casi di sofferenza esistenziale che gridano il bisogno di speranza e amore
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Noelia, morta a 25 anni sotto il peso della solitudine
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Noelia Castillo Ramos, la giovane ragazza di 25 anni, che ha “scelto” l’eutanasia per porre fine alle sue sofferenze, è morta ieri, 26 marzo, alle 18, in un istituto vicino Barcellona. Noelia non era “terminale”. Noelia era una ragazza profondamente sola, lasciata sola, vittima di una serie di situazioni che hanno letteralmente lacerato il suo vissuto affettivo. Ha sofferto tremendamente la crisi coniugale dei suoi genitori; vigliaccamente “punita” dal suo ex che ha pensato di stuprarla invitando tre suoi amici a fare altrettanto in una discoteca. Noelia non ha trovato nessuno che potesse sostenerla e aiutarla, ascoltarla, difenderla. Proteggerla. Sola, ha cercato di porre fine ai suoi sentimenti negativi tentando il suicidio più volte, l’ultima delle quali, gettandosi dal quinto piano, l’ha resa paraplegica ma non fino al punto di essere allettata.
Noelia amava la vita e pure tanto. Ma per tante vicissitudini, quando l’inferno della solitudine e della mancanza di amore che chiedeva l’ha risucchiata interiormente, un pensiero costante l’ha dominata: io amo la vita ma è la vita a non amare me. Lei si è sentita indesiderata, rifiutata, non voluta. Forse avrà pensato di essere stata colpevole di essere nata. Mi chiedo se il ricorso del padre e il suo ricorrere all’ausilio della Fondazione Abogatos Cristianos non sia stato un tentativo disperato di fermare una evoluzione irreversibile nell’anima di Noelia, che poteva essere evitata se lei avesse avuto piu’ attenzione e cura.
Non voglio alzare e puntare il dito contro nessuno, ma la sua frase “quello che più mi ferisce è che mio padre dice che mento quando parlo della mia sofferenza”, dice tutto. La vicenda di questa giovane ragazza, ci riporta e ci ricorda Siska De Ruysscher, 26 anni, un anno più grande di Noelia, belga, che chiese ed ottenne di morire mediante eutanasia per sofferenze psicologiche dovute anch’esse a traumi derivati da violenza sessuale, che non hanno mai avuto l’attenzione giusta e necessaria. Anche lei, non avendo nessuna malattia diagnosticata con prognosi infausta, era stremata dalla depressione e giunse al punto di dichiarare durante una sua intervista televisiva. «Ho lottato per metà della mia vita per arrivare al mattino successivo e ora sono arrivata al punto in cui è diventato insopportabile: Sono esausta. Non cerco più».
Insomma, due casi dichiarati di sofferenza esistenziale che hanno avuto strada libera per arrivare alla morte in modo “legale” (termine che non giustifica in nessun modo la coscienza individuale e sociale di ognuno di noi dinanzi a certe scelte che alla fine non sono mai libere ma fortemente condizionate). Due giovani vite interrotte prima che dalla morte da un dolore sempre più dilagante e insinuante tra i nostri giovani, che ha un nome ben preciso: solitudine. Entrambe non hanno voluto essere prese come un emblema o un esempio da imitare, né tantomeno come un modello da proporre in nome di una assurda pretesa di libertà e di autodeterminazione. Hanno invece voluto essere un grido molto forte di bisogno di speranza, di amore, di relazioni autentiche e sincere. Hanno gridato, e gridano ancora adesso, il bisogno di un punto fermo nella vita, di un qualcosa che tolga quella sete insaziabile di amore, che sappia guarire le ferite più profonde, quelle dell’anima, che nascono dall’amore ferito soprattutto in famiglia e tra di noi. «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Vogliamo chiedere perdono al Signore per le Noelia e le Siska che attraversano la nostra vita quotidiana alle quali non diamo quell’ascolto che necessitano. Per loro, e per tutti quelli che sono stati lasciati soli, la certezza che in Cristo la morte non ha e non avrà mai l’ultima parola.
27 marzo 2026
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