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Lunedì 30 Marzo 2026 13:03

Riccardi: Peter Thiel e la «rivoluzione silenziosa»

Andrea Riccardi, Campidoglio, Convegno su Di Liegro, 12 ottobre 2022
Andrea Riccardi, Campidoglio, Convegno su Di Liegro, 12 ottobre 2022
Il fondatore della Comunità di Sant'Egidio interviene dopo il recente ciclo di conferenze tenute a Roma dal "guru" della tecnodestra americana. «La tecnica non disumanizzi il mondo»

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Andrea Riccardi, Campidoglio, Convegno su Di Liegro, 12 ottobre 2022
Andrea Riccardi, Campidoglio, Convegno su Di Liegro, 12 ottobre 2022
Peter Thiel, il miliardario di origine tedesca considerato il “guru” della tecnodestra americana, ha recentemente tenuto un ciclo di conferenze a Roma su temi legati all’anticristo e alla decadenza della modernità. Ne parliamo con lo storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Quali sono, secondo lei, le radici storiche e culturali di questa forma di “pseudoteologia” che unisce tecnocrazia e visioni ultraconservatrici?
Di fronte alle conferenze di Thiel e all’espressione di questo potere tecnocratico che si ammanta di teologia, ci confrontiamo con un volto che spesso ci sfugge. Noi ragioniamo ancora per Stati, governi e politiche ma forse dietro i poteri istituzionali, spesso in collusione con i poteri internazionali, ci sono nuovi poteri finanziari e tecnologici che ci sfuggono, di cui non conosciamo il programma politico, che sono impazienti o sprezzanti nei confronti della democrazia che considerano lenta, burocratica, incapace di incidere. Ma ci sono soprattutto anche grandi interessi economici che ci sfuggono e determinano decisioni politiche o annunci altalenanti e contraddittori. C’è insomma uno spessore di potere sopra le istituzioni che noi conosciamo e per le quali votiamo, che fa impressione.

In che senso “spingono” questi poteri finanziari e tecnocratici?
Credo in un senso di cambiamento del mondo. Questo mondo delle democrazie liberali, delle Nazioni Unite, nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale, sembra loro vecchio. In fondo vogliono condurre una rivoluzione. Questa è una parola che è stata usata dai movimenti di sinistra, anarchici, come pure da movimenti di destra, ma è sempre stata caratterizzata dall’irruzione della forza nella storia. Qui forse siamo davanti a una rivoluzione più silenziosa che però da una parte delegittima le istituzioni, dall’altra spinge al conflitto, perché in ogni rivoluzione deve scorrere il sangue.

Thiel propone una lettura della storia e della società attraverso simboli religiosi reinterpretati in chiave politica e tecnologica. Quali rischi intravede?
Sono crollate le ideologie ma ogni fenomeno aggregativo o politico ha bisogno di una simbologia. Faccio un esempio parallelo. Le chiese della teologia della prosperità, spesso alleate con governi che fanno una simile politica, utilizzano la Bibbia, la simbologia biblica, il tema del miracolo, del demonio ma li svuotano della loro radice profonda. La Bibbia non si può leggere che nella Chiesa, non è un armadio da cui estrarre simboli. È interessante: la trasformazione della Bibbia in fonte di ideologie, come pure della teologia della nazione prediletta. Tutto ciò è ricorrente nella storia ma è un fenomeno soprattutto di questo tempo. Però la sostanza non sta qui: qui sta un pericolo.

Di fronte a un simile pericolo, quale dovrebbe essere secondo lei l’approccio della Chiesa?
A mio avviso la Chiesa deve maturare da una parte una nuova attenzione a questi fenomeni, al mondo neo-protestante, cresciuto nel Novecento da zero a mezzo miliardo di fedeli. Deve rendersi conto di come questo sia un grande problema, soprattutto in alcune parti del mondo, come Africa, America Latina e Asia. Dall’altra, deve anche prestare attenzione a questi grandi poteri tecno-finanziari. Qui la risposta è molto più difficile. Non si tratta di respingere la tecnologia ma di far crescere, come dice il Concilio, uomini sapienti in quest’epoca della tecnica, affinché la tecnica non disumanizzi il mondo. E poi non si tratta, per la Chiesa, di essere contro o pro, ma di comprendere che bisogna riparlare agli uomini e alle donne di Dio e del Vangelo, ricostruire un tessuto ecclesiale comunitario, come ha detto il cardinale Zuppi nella sua ultima prolusione al Consiglio permanente della Cei, quando ha parlato, in sintonia con Leone XIV, di comunità e parrocchie come case della pace. Penso che la Chiesa è sfidata in questo senso, non solo nello svelamento dei falsi profeti ma nell’essere se stessa nella sua missione, nel far capire che la Chiesa è una realtà che rende il mondo più umano.

30 marzo 2026

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