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Lunedì 30 Marzo 2026 14:03

“Caboose”

Teatro Hamlet Di Alessandro Calamunci Manitta e Floriana Corlito Regia Alessandro Calamunci Manitta aiuto regia Vincenzo Leggio Con Alessandro Calamunci Manitta, Floriana Corlito, Ilaria Mariotti, Cristiano Pellegrini Considero questo spettacolo un bell’ esperimento di teatro dell’assurdo in soluzione comica. Un passo intermedio per avvicinare chi è a digiuno di questo genere teatrale attraverso una formula [...]

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Considero questo spettacolo un bell’ esperimento di teatro dell’assurdo in soluzione comica. Un passo intermedio per avvicinare chi è a digiuno di questo genere teatrale attraverso una formula accessibile, ma pur sempre impegnata e mai scontata.

Il caboose (cambusa) è l’ultimo vagone ferroviario di un convoglio merci tipico delle ferrovie nord americane. Utilizzato fino agli anni ’80 come ufficio per il capo treno, alloggio per l’equipaggio, officina di emergenza e, forse, utile a noi per capire la proposta “come punto di osservazione per la sicurezza”. Teniamolo a mente.

Arriva il Godot di Beckett in versione femminile interpretata da Floriana Corlito, che si presenta in chiave ponderata, mediatrice, comprensiva e a tratti materna. Sarà lei a reggere le situazioni meglio dei suoi compagni di viaggio. Non è legata a schemi, né tantomeno rischia di rompere un copione pregresso perché orfana di questo. Ha, dunque, il vantaggio di non poter essere messa a confronto, come inevitabilmente accadrà agli altri personaggi.

Poi c’è la Giulietta di Shakespeare in versione leggera, infantile, particolarmente disinibita, con tanta voglia di recuperare il tempo perduto. Impegnata in una strenua ricerca di una sessualità finora negata, è interpretata da Ilaria Mariotti in maniera buffa, esagerata, smaliziata e lontana da ogni schema, anzi, spregiudicatamente avulsa dal suo iconico romanticismo.

Poi, nei panni di un non vedente ed austero Edipo di Sofocle, troviamo Alessandro Calamunci Manitta, sofferente per il suo stato e consapevole dell’ineluttabile destino causato dal turbolento passato e da erronee scelte. Rispetto agli altri, mantiene un certo rigore e lo stoicismo tipico delle figure greche. È spiazzato perché arriva da un era così lontana, che non si raccapezza tra i neologismi linguistici usati dagli altri e non sa cosa siano un treno o una stazione.

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Infine c’è Cristiano Pellegrini, che veste una versione bonacciona, fanciullesca, giullaresca e kafkiana del Don Giovanni di Mozart. Un farfallone che ha però perso il suo smalto di latin lover e la spregiudicatezza, così si arrocca su una difensiva forma di esagerata comicità tesa a nascondere le sue debolezze.

La storia è di un incontro impossibile tra figure che parlano idealmente diverse lingue (francese, spagnolo, italiano e greco) e che provengono da diversi periodi storici e realtà; si sviluppa attraverso monologhi e dialoghi paradossali ma esilaranti, inseriti in situazioni surreali che lasciano ampio spazio ad equivoci e fraintendimenti che si originano dal carattere puerile ma anche dalle diverse epoche a cui appartengono.

I quattro si trovano ad aspettare un treno in un’attesa che fa eco a quella di “Aspettando Godot” di Beckett, solo che stavolta il protagonista è presente e l’attesa non è eterna ma è rotta dall’arrivo e dalla partenza di diversi treni che però puntualmente, perdono come in un’occasione sfuggita.

Questo non fa che allungare, forse per un capriccio divino più che per una loro disattenzione, il soggiorno in quella che sembra più uno spazio espiatorio che una stazione; un limbo, un purgatorio ma anche uno stratagemma che permette ai protagonisti di raccontarsi e rivelarsi.

D’altronde, i treni nella vita passano una volta sola, sono un’occasione che va presa al volo. Così, invece di rimanere relegati ad un destino imposto da un copione vincolante, stavolta possono finalmente scegliere ed essere liberi.

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A differenza da come li abbiamo conosciuti nei libri di letteratura, sono spontanei, disinibiti, esageratamente infantili, goffi, ma anche profondamente e delicatamente umani. Mostrano un aspetto che i loro autori ci hanno nascosto o forse che loro stessi hanno segretamente sviluppato nella loro limitata libertà di azione e pensiero.

Gli ideatori di questa proposta hanno avuto una bella fantasia, fatto un bello studio e avuto soprattutto molto coraggio a scomodare e poi interpretare figure così illustri. Volutamente esagerando, hanno lasciato delle tracce del personaggio originale per poi adattarlo ad un nuovo scenario beckettiano e pirandelliano.

Molto dell’efficacia della proposta è dovuto all’interpretazione: loro sono rivoluzionari, bravi, audaci nell’offrire un’alternativa che infrange gli schemi idealizzati che abbiamo di questi quattro soggetti. Inoltre, visti i tempi serrati del testo, non si fa neanche in tempo a realizzare l’assurdità della situazione, perché si viene letteralmente travolti dalle loro vicissitudini.

Con vocine stridule, ammiccanti, provocatorie, attraverso sragionamenti, paradossali, confronti verbali, comportamenti fanciulleschi, movenze scomposte, stonate ed esagerate, questi intrepidi artisti ridisegnano i loro protagonisti come degli spaesati per poi inserirli in un velato dramma contaminato da tanta divertente ironia.

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Di tanto in tanto, dall’altoparlante  una voce dalla simpatica cadenza marchigiana irrompe nelle scene: è quella dell’ addetto alle ferrovie, che  interagisce comicamente con i quattro provocandoli, motivandoli o dandogli spunti di riflessione per porli davanti ad una scelta. Sembra quasi una divinità buontempona.

La scenografia è confusionaria, come le idee e i pensieri dei nostri. Oggetti e bagagli sono abbandonati alla rinfusa e ovunque impera il disordine. Suggestivo l’uso delle luci, accattivante l’effetto dei treni in arrivo e in partenza.

Altri personaggi stanno per arrivare, anch’essi provenienti dalla letteratura e dal teatro, mentre alcuni sono già passati o sono partiti lasciando sulla banchina i loro bagagli come cuticole di crisalide. Forse indicano una trasformazione, una metamorfosi verso un passaggio successivo.

Quel treno diventa un veicolo per raggiungere una nuova realtà e quei bagagli ormai inutili non sono che il bozzolo che finora li ha protetti, salvaguardati, cresciuti e ormai giace come una foglia secca al suolo. Ora sta a loro lasciarlo per spiccare il volo verso una vita senza vincoli.

Ma perché proprio sull’ultimo vagone? Forse perché rappresenta l’ultimo passo, l’ultima occasione o perché è quel “punto di osservazione per la sicurezza” di cui accennavo all’inizio.

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I quattro continuano a perdere il loro treno per raccontarsi, come se avessero paura di lasciare la loro identità per trovarne una nuova. Hanno evidentemente paura di perdere la sicurezza che quel ruolo, ormai anacronistico ed affermato in cui si riconoscono, gli dà.

Forse il treno simboleggia il passaggio dell’uomo verso il trapasso e il timore dell’attraversamento lo blocca in questo limbo. I personaggi finiscono per rappresentare la nostra paura dell’ignoto o del cambiamento, che spesso affrontiamo tergiversando o assumendo un atteggiamento immaturo che ci fa sorridere dei protagonisti in cui ci riconosciamo. Il messaggio sembra chiaro: sono la rappresentazione del nostro alter ego che ci spinge ad affrontare quel timore che altrimenti ci farebbe perdere quell’ultimo treno. E loro? Riusciranno a prenderlo?

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