Martedì 31 Marzo 2026 11:03
La ‘Ndrangheta a Roma, “propaggine” radicata


Emesse dalla Corte di assise della Capitale 35 condanne, per un totale di quasi 240 anni di carcere: una conferma della presenza di una "locale", con modelli operativi delle cosche d'origine
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«Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto». È il 10 maggio 2022 e due ‘ndranghetisti parlano così in un’intercettazione ambientale. E così descrivono la presenza della criminalità organizzata calabrese nella Capitale: non più solo infiltrazione sporadiche e presenze occasionali per singoli affari ma una cellula autonoma autorizzata dalla “casa madre” in Calabria: una “locale”, la struttura di coordinamento delle ‘ndrine presenti in un territorio. Quattro anni fa l’operazione Propaggine della Dia, coordinata dalla Dda di Roma, aveva portato a 43 arresti nella Capitale e 34 in Calabria. Lo scorso 26 marzo la Corte di assise di Roma ha emesso 35 condanne per un totale di quasi 240 anni di carcere, confermando la presenza della “locale” nella città.
La condanna più pesante, 24 anni, per Vincenzo Alvaro, vertice del sodalizio mafioso assieme ad Antonio Carzo, già condannato a 18 anni col rito abbreviato che fa ottenere uno “sconto” di pena. Sono stati loro, appartenenti a storiche “famiglie” ‘ndranghetiste reggine, a ottenere nel 2015 l’autorizzazione dalla Calabria ad aprire la “locale”: una vera e propria investitura ufficiale. Mafia vera, dunque, come confermano le accuse per tutti gli imputati: associazione mafiosa, detenzione e cessione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata, detenzione illegale di armi, fittizia intestazione di beni, truffa ai danni dello Stato, riciclaggio aggravato. Una presenza nella Capitale che aveva realizzato un vero e proprio sistema di inquinamento e condizionamento del tessuto economico e imprenditoriale, dalla panificazione all’ingrosso e al dettaglio al gioco d’azzardo, soprattutto scommesse, dalla ristorazione alla vendita e noleggio di auto, dalla produzione e commercializzazione di gastronomia alle tabaccherie e ai centri di ricarica delle Post pay.
Mafia imprenditrice ma replicando modelli comportamentali e operativi delle cosche d’origine: gerarchie, rituali, giuramenti, investiture, controllo del territorio, intimidazioni. Tutto come nei territori calabresi di Sinopoli, Cosoleto e San Procopio, esportato a Roma e provincia, in particolare Anzio e Nettuno che, ricordiamo, sono Comuni sciolti per condizionamento mafioso (Nettuno due volte). Un “cordone ombelicale” collega Roma ai paesi reggini, e questo è la forza che ha permesso una “colonizzazione” della Capitale, dove gli ‘ndranghetisti hanno trovato terreno fertile. Senza entrare in contrasto con le altre mafie presenti, come ai magistrati romani ha spiegato il collaboratore di giustizia Antonino Belnome. «Roma è “aperta” perché ci sono ‘ndranghetisti, Cosa nostra e camorristi», ha detto, aggiungendo che «i grossi centri sono liberi perché nessuno può comandare sugli altri, partecipano tutti. Stessa cosa per Milano (esemplare la recente “operazione Hydra”, ndr) e Torino». E l’interesse di tutti è riciclare il denaro frutto delle attività illecite, attività che nelle grandi città dà migliori risultati. «Tutti investimenti per ripulire soldi con prestanomi – ha spiegato ancora Belnome -, perché entrano fiumi di denaro con la cocaina e con le estorsioni. Vanno ripuliti i soldi. Questo è il business principale e questo si fa nelle grandi città».
Con grandi capacità di intimidazione pur senza grande uso della violenza: basta mettere in chiaro chi si è, la “propaggine” del vertice mafioso calabrese. Il resto è attività finanziaria. Una “mimetizzazione” senza segnali eclatanti, col vantaggio di abbassare il livello di percezione della presenza mafiosa, favorendo una sorta di convivenza. Questo, sottolineano i magistrati, oltre alla grande capacità dei mafiosi, è anche il risultato di anni di sottovalutazioni se non addirittura di collusioni con quella zona grigia soprattutto imprenditoriale, ma anche politica, che ha mostrato per anni una gravissima permeabilità. Proprio l’operazione Propaggine e le pesanti condanne dimostrano che Roma non è immune da queste presenze. E non da pochi anni. Presenze che hanno costruito relazioni, affari e consenso. Dunque potere. Come in Calabria e forse anche di più. Nuove inchieste stanno facendo emergere nuovi affari (ad esempio quello sul calcio, con rapporti con ultras e estrema destra) e probabilmente la presenza di altre “locali”. Per i magistrati, le recenti condanne sono dunque una conferma ma solo un primo passo. La guardia va tenuta ancora molto alta.
31 marzo 2026
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