Martedì 31 Marzo 2026 11:03
Arriva in libreria “Daua”, la spy story che racconta gli intrighi invisibili di Roma
Che cosa hanno in comune l’imponenza dei palazzi vaticani, il fascino della nobiltà decaduta, l’inaccessibilità dei salotti aristocratici con paesi come la Siria, l’Iraq, l’Iran, l’Ucraina e la Libia? La risposta è meno lontana di quanto pensi: gli stessi rapporti di potere. Le stesse trattative. A volte, persino le stesse persone. E in effetti è […]
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Che cosa hanno in comune l’imponenza dei palazzi vaticani, il fascino della nobiltà decaduta, l’inaccessibilità dei salotti aristocratici con paesi come la Siria, l’Iraq, l’Iran, l’Ucraina e la Libia? La risposta è meno lontana di quanto pensi: gli stessi rapporti di potere. Le stesse trattative. A volte, persino le stesse persone.
E in effetti è proprio questo il punto di Daua, il primo romanzo di Sebastiano Caputo in uscita in tutte le librerie a partire dal 3 aprile: raccontare quel filo invisibile che tiene insieme Roma e il resto del mondo. Un sistema fatto di diplomazie parallele, relazioni opache e giochi di influenza. E la cosa interessante di questo libro, è che non sembra nemmeno così romanzato.
Lo diciamo senza fare quelli che “leggono tre libri a settimana”: questo ce lo siamo letti davvero. E a un certo punto ci è presa quella sensazione fastidiosa per cui abbiamo iniziato a pensare: ok, ma quindi questa cosa potrebbe essere vera?
Caputo è uno di quei talenti romani da tenere d’occhio: classe ’92, giornalista, uno che negli ultimi anni ha fatto il giro dei fronti caldi come reporter di guerra tra Siria, Iraq, Afghanistan, Libano, Palestina e via dicendo. Non è il classico autore che immagina la guerra, è uno che l’ha vista da così tanto vicino da poterla raccontare con la stessa verità con cui racconta i vicoli di Roma in cui è cresciuto. Per questo il suo libro ha quella sensazione strana per cui sembra tutto assurdo ma plausibile.
La storia segue Giovanni, agente dei servizi italiani, tra Roma e Medio Oriente, impegnato a riportare a casa un amico rapito in Iraq. Ma andando avanti capisci che il punto non è il rapimento. È tutto quello che ci gira intorno: ambasciate, Vaticano, reti informali, contatti che si attivano senza lasciare traccia. Un sistema parallelo dove le regole ufficiali contano fino a un certo punto.
E poi c’è Roma, nella sua veste più autentica. Le ambasciate sulla Cassia, i corridoi dei Ministeri, Forte Braschi, Villa Taverna, ma anche luoghi di tutti i giorni che il romano conosce meglio di casa sua come il Jackie’O, lo Sciam, il Caffè delle Arti, i ristoranti dove per alcuni il tavolo è sempre riservato e si parla solo a bassa voce. Una romanità che non è folklore, battuta o colore locale, ma è insita nei luoghi e nei modi di fare dei personaggi, data quasi data per scontata. Ed è proprio per questo che il libro di Caputo funziona.
Daua è una spy story, un thriller politico, anche una storia d’avventura. Ma soprattutto è una storia che può cambiare ai romani la percezione della propria città, insinuando il dubbio che sotto quello che vediamo ogni giorno ci sia un altro livello, fatto di relazioni, scambi e decisioni invisibili. E una volta che ti entra questa idea in testa, diventa difficile guardare la città come prima.
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