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Mercoledì 1 Aprile 2026 11:04

Dalla guerra in Medio Oriente al carrello: «Rischiamo una nuova ondata di inflazione»



A parlare è il presidente del Forum famiglie Bordignon: «Le famiglie riducono i consumi mentre cresce il rischio di nuove disuguaglianze e di un indebolimento della classe media»

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La guerra non lascia solo morti e feriti sul campo. Negli ultimi anni – e di nuovo nel 2026 con il conflitto in Medio Oriente – ci sono ricadute concrete sulle spese quotidiane delle famiglie e non solo quelle dei Paesi direttamente coinvolti. Anche per il conflitto in corso in Medio Oriente si vedono le conseguenze sul prezzo dei carburanti e dei trasporti, sull’energia e sulle bollette di gas e luce. Tra gli effetti indiretti, crescono i prezzi anche dei prodotti alimentari, dei beni di consumo in generale e dei servizi. Ne parliamo con Adriano Bordignon, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari.

A un mese dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, quali sono i principali effetti economici che si stanno già facendo sentire in Italia e in Europa?
L’avvio del conflitto in Iran rischia di innescare una fase di inflazione generale e acuire la crisi energetica già avviata con la guerra russo ucraina. Ciò inevitabilmente mette in pericolo il potere di acquisto delle famiglie, da un lato cronicizzando le sacche di povertà dall’altro intaccando ulteriormente la classe media, sempre più a rischio di scivolare verso una vulnerabilità economica.

Quali sono i settori in cui si è registrato l’aumento più evidente dei prezzi e quali fattori lo stanno determinando?
A marzo, secondo i dati Istat, si registra una crescita dell’inflazione su base annua dell’1,7% e i segmenti più colpiti sono energia e trasporti, a causa del lievitare dei costi per i carburanti a cui stiamo assistendo. Sono settori alla base della filiera alimentare; un aumento in tali comparti significa anche una ripercussione che impatta sui consumatori finali per i generi alimentari. Da questo punto di vista sono necessarie misure appropriate per ridurre le accise per contenere la crescita dei prezzi al consumo.

Infatti anche i prezzi dei beni alimentari stanno subendo variazioni come effetto indiretto della guerra. C’è il rischio che questi aumenti possano consolidarsi nel tempo?
È un rischio a cui purtroppo andiamo incontro. Si sono creati dei colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento che spingono i costi verso l’alto in maniera duratura. C’è grande timore ad esempio rispetto ai costi della filiera agroalimentare, determinati anche dalla penuria dei fertilizzanti. Le recenti esperienze ci evidenziano come un aumento dei prezzi determinato da una crisi non viene mai del tutto riassorbito. L’auspicio è che si trovi rapidamente una soluzione diplomatica per porre fine ai conflitti perché, secondo le attuali stime, con il perdurare di questa nuova era bellica, l’inflazione potrebbe rimanere elevata per circa un anno.

Come stanno reagendo le famiglie italiane di fronte a questo aumento del costo della vita?
Stiamo assistendo a una reazione che prevede una forte riduzione dei consumi e un ridimensionamento delle abitudini di spesa. Dalla fine della pandemia c’è stato un incremento del 25% del costo della vita. Non è un caso, pertanto, se l’Istat ha certificato nel 2025 un calo demografico del 3,9% rispetto all’anno precedente. Un trend che ci deve far riflettere perché non si registra solo in Italia ma anche in Paesi europei come Svezia e Francia, tradizionalmente caratterizzati da livelli elevati di fecondità.

Le difficoltà che si registrano in Italia sono comparabili a quelle del resto d’Europa, oppure emergono differenze significative?
L’Italia è un Paese particolarmente vulnerabile, vista la forte dipendenza dalle importazioni di energia. Inoltre c’è una maggiore fragilità dei redditi. Ciò rende famiglie e imprese più esposte agli shock esterni rispetto al resto d’Europa ma le continue tensioni geopolitiche stanno influenzando la politica europea perché i rincari interessano tutti i Paesi dell’Unione.

Quali categorie sociali stanno risentendo maggiormente di questa fase?
Le categorie sociali che stanno risentendo maggiormente di questa fase di rincari generalizzati sono quelle che dispongono di redditi più rigidi e minore capacità di adattamento all’aumento dei prezzi, come famiglie a basso reddito e i lavoratori precari. Sono inoltre particolarmente esposti anche i nuclei monoreddito, le famiglie numerose e gli anziani con pensioni medio‑basse, che destinano una quota elevata delle proprie entrate alle spese essenziali e hanno margini molto limitati di risparmio. C’è il rischio di andare ad ampliare le disuguaglianze sociali, colpendo in modo sproporzionato chi era già in una condizione di fragilità economica.

Sta cambiando il modo in cui le famiglie gestiscono le spese quotidiane? Quali sono i comparti più sacrificati di fronte a questa nuova crisi economica scaturita dal conflitto?
La strategia basata sulla prudenza nelle spese influisce sui comparti legati alla qualità della vita e al consumo discrezionale. In particolare tempo libero e cultura, ristorazione e consumi fuori casa, sempre più spesso sostituiti da soluzioni domestiche; abbigliamento e beni durevoli; spese per la cura della persona e servizi non essenziali. L’impatto economico legato ai conflitti internazionali rischia di produrre un cambiamento strutturale nelle abitudini di spesa, con il rischio di un impoverimento progressivo dei consumi e di una minore capacità delle famiglie di investire nel proprio benessere e nel futuro.

Quali interventi dovrebbero mettere in campo i governi per sostenere famiglie e imprese? E quale ruolo può giocare l’Unione europea nel contenere gli effetti economici della crisi?
Per sostenere famiglie e imprese, i governi dovrebbero varare misure mirate contro il caro‑vita, rafforzando i sostegni al reddito per le fasce più fragili e alleggerendo la pressione fiscale sui beni essenziali, in particolare energia e alimentari. Tutto questo facendo valere in modo rilevante e decisivo la presenza di figli e la proporzionalità rispetto al loro numero. È inoltre fondamentale supportare le imprese, soprattutto piccole e medie, attraverso agevolazioni sui costi energetici, accesso al credito e incentivi per salvaguardare occupazione e competitività. L’Unione europea ha un ruolo decisivo nel promuovere una risposta coordinata, soprattutto sul fronte energetico, favorendo l’acquisto congiunto, la diversificazione delle fonti e gli investimenti nelle rinnovabili.

Dal punto di vista pratico, quali strategie possono adottare le famiglie per affrontare questo periodo di rincari?
Dal punto di vista pratico, in questa fase di rincari le famiglie stanno rivedendo il bilancio familiare adottando strategie di maggiore attenzione e pianificazione delle spese, dando priorità alle spese essenziali e riducendo o rinviando quelle non indispensabili. Molti nuclei cercano di contenere i costi attraverso un uso più efficiente dell’energia, una maggiore attenzione agli acquisti alimentari e il ricorso a soluzioni più economiche per trasporti e consumi quotidiani. Non dimentichiamo poi l’importanza di combattere lo spreco per ridurre la spesa inutile e favorire la sostenibilità. Accanto a questo, cresce l’esigenza di costruire piccoli margini di risparmio, laddove possibile, e di informarsi sulle misure di sostegno pubblico disponibili. Sono scelte, spesso obbligate, che permettono di reggere nel breve periodo ma, nel caso in cui la crisi si protragga nel tempo, c’è il rischio di comprimere ulteriormente la qualità della vita e la capacità di investimento delle famiglie nel futuro. In questo contesto, assumono un’importanza sempre maggiore le reti di prossimità e le associazioni attive sul territorio, che rappresentano un punto di riferimento concreto nel sostenere i nuclei più colpiti. (Gigliola Alfaro)

1° aprile 2026

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