Giovedì 9 Aprile 2026 23:04
LA PACE COME PRATICA DEL QUOTIDIANO: RIFLESSIONI A MARGINE DI UN RICONOSCIMENTO
Di Alessandro Scarnecchia Vi sono eventi che, pur collocandosi nella dimensione pubblica della cronaca, invitano
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LA PACE COME PRATICA DEL QUOTIDIANO: RIFLESSIONI A MARGINE DI UN RICONOSCIMENTO
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Di Alessandro Scarnecchia
Vi sono eventi che, pur collocandosi nella dimensione pubblica della cronaca, invitano a una riflessione che supera il semplice dato informativo. Diventano occasioni per interrogarsi sul senso dell’agire umano, sulle forme della convivenza e sul ruolo del linguaggio nella costruzione della realtà condivisa. In questa prospettiva si colloca l’iniziativa che si terrà a Roma il 15 aprile, presso Palazzo Valentini, in occasione del Premio “Segni di Pace”.
La città, nella sua stratificazione storica e simbolica, si offre come spazio privilegiato di riflessione: non soltanto cornice, ma luogo in cui il passato dialoga con il presente e orienta le possibilità del futuro. In questo contesto, la pace non viene evocata come un ideale astratto, ma interrogata come dimensione concreta dell’esistenza.
Parlare di pace significa sottrarla alla retorica per restituirla alla prassi. Non si manifesta nei proclami, ma nei gesti minimi; non si esaurisce nei grandi accordi, ma si radica nella qualità delle relazioni quotidiane. È un esercizio continuo di ascolto, una disciplina del linguaggio, una responsabilità nei confronti dell’altro.
In tale orizzonte si inserisce la figura della giornalista Ilaria Solazzo, tra i protagonisti di questa edizione. Il suo percorso professionale può essere letto come espressione di un’etica della narrazione: un modo di fare informazione che non si limita a descrivere il reale, ma contribuisce a configurarlo.
Il giornalismo, in questa chiave, non è una trasmissione neutrale di fatti, ma una pratica relazionale. Ogni parola scelta, ogni storia raccontata, ogni silenzio mantenuto entra a far parte di un tessuto simbolico che può generare distanza oppure favorire l’incontro. “Costruire ponti”, dunque, non è una formula retorica, ma una scelta metodologica: significa assumere il linguaggio come strumento di mediazione e non di separazione.
Il riconoscimento attribuito a Solazzo, sostenuto dalla candidatura di Antonietta Micali, può essere interpretato come il segno di un’esigenza più ampia: restituire centralità a forme di comunicazione capaci di generare comprensione reciproca. Non si tratta di celebrare un individuo, ma di riconoscere un orientamento etico.
In questa prospettiva, il premio non rappresenta un punto di arrivo, ma una soglia. Esso richiama a una responsabilità ulteriore: continuare a interrogare il proprio operare, mantenendo viva la tensione tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.
La pace, dunque, emerge come categoria operativa. Prende forma nei micro-processi della vita quotidiana: nel modo in cui si ascolta senza pregiudizio, nella capacità di sospendere il giudizio, nella scelta di un linguaggio che non ferisca ma apra possibilità di comprensione.
Non è un’utopia distante, ma una costruzione fragile e continua, sempre esposta alla contingenza e tuttavia sempre rinnovabile. In questo senso, ogni individuo è chiamato a farsi segno: non presenza passiva, ma elemento attivo all’interno di una trama relazionale più ampia.
L’INTERVISTA
In occasione del Premio “Segni di Pace” 2026, il direttore ha dialogato con la giornalista Ilaria Solazzo, approfondendo il significato del riconoscimento.
Dottoressa Solazzo, quale senso attribuisce a questo premio?
Lo considero un segno che rimanda oltre la mia persona. È il riflesso di un percorso costruito nel tempo, attraverso relazioni e responsabilità. La pace, per me, è una pratica, non un’idea astratta.
Lo considero un segno che rimanda oltre la mia persona. È il riflesso di un percorso costruito nel tempo, attraverso relazioni e responsabilità. La pace, per me, è una pratica, non un’idea astratta.
Nel suo lavoro, cosa implica l’idea di “costruire ponti”?
Significa riconoscere il linguaggio come spazio di incontro. Vuol dire scegliere narrazioni che non irrigidiscano le differenze, ma le rendano comprensibili.
Significa riconoscere il linguaggio come spazio di incontro. Vuol dire scegliere narrazioni che non irrigidiscano le differenze, ma le rendano comprensibili.
Come si colloca questo riconoscimento nel suo percorso?
Non lo vedo come un traguardo, ma come un invito a una maggiore consapevolezza. Ogni riconoscimento porta con sé una responsabilità.
Non lo vedo come un traguardo, ma come un invito a una maggiore consapevolezza. Ogni riconoscimento porta con sé una responsabilità.
Lei parla di pace come pratica quotidiana: come si realizza?
Nei gesti più semplici: nell’ascolto autentico, nella sospensione del giudizio, nella cura delle parole. È lì che nasce la possibilità della relazione.
Nei gesti più semplici: nell’ascolto autentico, nella sospensione del giudizio, nella cura delle parole. È lì che nasce la possibilità della relazione.
A chi dedica questo riconoscimento?
A Giacomo Innocenzi e Luca Cisternino.
A Giacomo Innocenzi e Luca Cisternino.

Qual è il significato di questa dedica?
Rappresentano esperienze in cui la difficoltà non ha annullato il senso, ma lo ha trasformato. Sono testimonianze di resilienza.
Rappresentano esperienze in cui la difficoltà non ha annullato il senso, ma lo ha trasformato. Sono testimonianze di resilienza.
Un messaggio per le nuove generazioni?
Comprendere che ogni azione, anche minima, contribuisce a costruire il mondo. La responsabilità individuale è il primo gesto della pace.
Comprendere che ogni azione, anche minima, contribuisce a costruire il mondo. La responsabilità individuale è il primo gesto della pace.

Come affermato dalla stessa Solazzo:
“La pace non è un approdo definitivo, ma un movimento costante.”

Questa affermazione suggerisce una visione dinamica dell’esistenza: la pace non coincide con una condizione stabile da raggiungere una volta per tutte, ma con un processo in continuo divenire.

Il riconoscimento ricevuto non si esaurisce nella sua dimensione celebrativa, ma richiama a un compito aperto. Esso invita a vivere con consapevolezza il proprio ruolo, mantenendo un equilibrio tra etica e azione.

In questa prospettiva, la pace si configura come esercizio quotidiano di responsabilità, che prende forma nella relazione con l’altro e nella cura del linguaggio. Non è un ideale distante, ma una pratica concreta, che richiede attenzione e continuità.
Ciò che emerge, in ultima analisi, è una visione della convivenza fondata non sull’eccezionalità, ma sulla costanza dei comportamenti. È nella ripetizione consapevole dei gesti ordinari che si genera un autentico cambiamento.

Screenshot
In foto Antonietta Micali
La pace, dunque, non si impone come concetto, ma si rivela come esperienza: un orizzonte etico che si costruisce nel tempo, attraverso scelte quotidiane capaci di orientare il senso del vivere comune.

In foto La scrittrice Linda Lucidi con la giornalista Ilaria Solazzo
Tra i premiati figurano personalità di primo piano come Lino Banfi, Francesco Totti, Giovanni Malagò, Irma Conti, insieme a molti altri volti noti del panorama nazionale e internazionale.
Ecco la lista completa dei premiati :
SIGNS OF PEACE 2026 – 3rd Edition
In chiusura di questo percorso, desidero rivolgere un mio personale augurio alla premiata. Le esprimo le mie più sincere congratulazioni, con la consapevolezza che il riconoscimento ottenuto è il frutto di un cammino costruito con rigore, sensibilità e coerenza.
Le auguro di proseguire con la stessa eleganza professionale e con la stessa lucidità di visione che hanno contraddistinto il suo operato fino a oggi. In un tempo in cui spesso prevalgono superficialità e rumore, saper mantenere stile, sostanza e profondità rappresenta una forma rara e preziosa di distinzione.
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