Venerdì 10 Aprile 2026 09:04
L’Amazzonia raccontata nei disegni di padre Ramin


All'Università della Santa Croce fino al 16 aprile l'esposizione con 12 disegni del missionario comboniano ucciso in Brasile nel 1985. Albanese (Vicariato): «Ha incarnato l’azzardo dell’utopia»
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Una vita donata per difendere i popoli indigeni e i contadini senza terra dell’Amazzonia brasiliana. È quella del missionario comboniano italiano Ezechiele Ramin, ora Servo di Dio, assassinato in un’imboscata in Brasile nel 1985 da sicari assoldati dai latifondisti a cui dava fastidio con la sua testimonianza del Vangelo. È dedicata a lui la mostra “Passione Amazzonia”, inaugurata ieri, 9 aprile, alla Pontificia Università della Santa Croce, visitabile fino al 16 aprile.
Il percorso espositivo, allestito al terzo piano, con 12 disegni realizzati proprio dal missionario originario di Padova, mette in scena la vita quotidiana e drammatica degli indigeni, con un parallelismo visivo con la Passione di Cristo. Anche con testi interattivi, cenni biografici e meditazioni audio, i visitatori vengono immersi nel cuore della mostra, promossa dall’associazione Terra e Missione, dall’Ufficio per la cooperazione missionaria della diocesi di Roma, dai Missionari Comboniani, dal Movimento Laudato Si’ e dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare.
«È sempre una grande emozione vedere i frutti della sua vita, anche dopo oltre quarant’anni», raccontano i fratelli, Antonio e Fabiano Ramin, presenti all’evento. I due, dopo la morte di Ezechiele, hanno ricercato tracce e testimonianze della missione del fratello, trovando lettere e disegni di cui ignoravano l’esistenza «perché non eravamo a conoscenza di questa sua vena artistica». Di lui, racconta Antonio, «ricordiamo le tre parole che hanno illuminato il suo cammino fin da quando frequentava gli ambienti cattolici e diocesani del post ‘68: vedere, giudicare e agire». Ovvero, «vedere la realtà così com’è, giudicarla alla luce del Vangelo e cercare una soluzione pratica caso per caso. È partito così, per poi inserirsi nella visione pastorale del Sudamerica trovando una realtà drammatica, con grandissime ingiustizie, dove gli Indios erano sfruttati e uccisi». La mostra è dunque «la prova – sottolinea Antonio – di quanto bene ha fatto con la sua totale dedizione al Vangelo e con la sua vocazione religiosa, che fu una novità assoluta nella storia della nostra famiglia».
«Una testimonianza «di quelle che fanno bene all’anima». Ha commentato la mostra con queste parole padre Giulio Albanese, direttore del Centro missionario della diocesi di Roma, presente all’inaugurazione insieme a Carla Rossi Espagnet, direttrice dell’ISSR all’Apollinare, e a Veronica Corraddu, del Movimento Laudato Si’. Albanese ha ricordato quando, da novizio, ha conosciuto padre Ezechiele appena ordinato sacerdote: «Un uomo frizzante, innamorato del Vangelo. Sapeva di rischiare la vita, ma ha incarnato l’azzardo dell’utopia». Secondo padre Giulio, Ramin «ha espresso un radicalismo eccezionale, ma che siamo comunque chiamati a prendere come esempio, perché oggi, anche per la Chiesa di Roma, c’è bisogno di un sussulto di missionarietà». E ha sottolineato tre aspetti dell’insegnamento del comboniano: «La scelta di vivere in favore degli ultimi; l’essersi fatto interprete del pensiero sociale della Chiesa; l’essere riuscito, allo stesso tempo, a tutelare il Creato, in quell’Amazzonia che ha amato profondamente».
10 aprile 2026
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