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Giovedì 16 Aprile 2026 09:04

Essere operatori di pace in carcere, sulle orme di Francesco d’Assisi



Il convegno nel Palazzo Lateranense. Il vicario Reina: gli operatori «guardano alla persona prima ancora che al reato». L'ispettore dei cappellani don Grimaldi: «Costruire relazioni»

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Essere operatori di pace tra le mura di un penitenziario. È l’impegno che quotidianamente si assumono l’amministrazione e il corpo di polizia penitenziaria chiamati a garantire sicurezza e rispetto della dignità tra i 63.344 detenuti nelle carceri italiane. Esserlo lasciandosi ispirare e guidare dal messaggio di san Francesco d’Assisi è stato il filo conduttore del convegno svoltosi ieri pomeriggio, mercoledì 15 aprile, nella Sala degli Imperatori del Palazzo Lateranense. È stato ricordato che nel 1202 il poverello di Assisi sperimentò in prima persona la detenzione, esperienza che incise nella sua vita e che segnò l’inizio della sua conversione. Nell’ottavo centenario della sua morte, l’incontro – intitolato proprio “Operatori di pace: il messaggio di san Francesco come guida nel lavoro in ambito penitenziario” – è stato promosso da Maria Luisa Tattoli, consigliera di fiducia del Provveditorato del Lazio, Abruzzo e Molise e per gli Uffici e servizi centrali del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Il cardinale vicario Baldo Reina ha condiviso «le preoccupazioni e le fatiche di chi lavora in un istituto penitenziario» sottolineando quanto a volte sia «difficile. Basta un fatto di cronaca negativo per mettere in discussione il sacrificio di tanti operatori e volontari che ogni giorno si spendono con generosità per rendere accettabile la vita all’interno dell’istituto». Pensando all’Eremo delle Carceri, luogo a pochi chilometri da Assisi dove san Francesco si ritirava per meditare, ha riflettuto che «sarebbe bello se una persona che vive una situazione sacrificata riuscisse a entrare in comunione con sé stessa e a recuperare la propria dimensione interiore». Ribadendo che gli operatori nel loro lavoro «guardano alla persona prima ancora che al reato», ha specificato che «la persona è tale nella misura in cui recupera il rapporto con sé stessa e con la verità del proprio io e della propria storia».

Padre Vittorio Trani, sacerdote francescano conventuale, cappellano di Regina Coeli dal 1978, ha chiesto al cardinale quanta luce di Francesco c’è sulla strada della comunità cristiana di Roma. A tal proposito, il porporato ha ricordato che sabato 11 aprile 500 giovani della diocesi hanno partecipato a un pellegrinaggio ad Assisi. «In un tempo di grande difficoltà nell’annuncio e nella ricezione del Vangelo – ha detto -, ogni volta che si parla di san Francesco c’è un’adesione totale, soprattutto da parte dei ragazzi. In lui c’è il profumo di Vangelo, per cui i giovani arrivano senza bisogno di tante spiegazioni o ragionamenti difficili. Vanno nei luoghi di Francesco con gioia, sottoponendosi a volte anche a sacrifici, ma soprattutto valorizzando la dimensione interiore e spirituale, lasciandosi interpellare profondamente dal messaggio di Francesco». Un messaggio, ha sottolineato padre Trani, che ancora oggi «aiuta a portare avanti con uno stile veramente bello, umano, cristiano questo lavoro così delicato in un contesto complesso come il carcere».

Gli ha fatto eco Silvana Sergi, direttore dell’ufficio personale e formazione del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria Lazio, Abruzzo e Molise, per la quale «l’impegno del personale in chiave di lettura francescana permette di seguire la rotta giusta fondata sulla pace dalla quale scaturisce anche la sicurezza». Mario Bartoli, professore di storia medioevale e di francescanesimo, ha rievocato il celebre episodio dei briganti di Sansepolcro per spiegare l’approccio educativo di Francesco. «Tutti gli esseri umani, anche i più violenti, hanno la loro fragilità, il loro bisogno – ha affermato -. Se, come suggerisce Francesco, ci si avvicina con umiltà e carità, si può superare quella corazza aggressiva che tanti indossano, per parlare a loro come a fratelli». Essere operatori di pace in carcere, ha riflettuto l’ispettore generale dei cappellani don Raffaele Grimaldi, «significa costruire relazioni, mettersi in ascolto dell’altro, curare le loro ferite morali». Per il francescano e giornalista padre Enzo Fortunato l’impegno da assumersi è «far sì che il carcere trasformi la persona tanto che non si senta più la stessa di prima».

16 aprile 2026

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