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Venerdì 17 Aprile 2026 13:04

Libano, Maroniti e Francescani: «Bene la tregua, ma serve un accordo globale»



Dalla valle della Beqaa, monsignor Hanna Rahmé e padre Toufic Bou Merhi raccontano un cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah accolto con sollievo ma segnata da timori e incertezze

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Una tregua di dieci giorni tra Israele e Libano rappresenta «una notizia molto positiva, ma non basta a sciogliere i nodi strutturali del conflitto». È il giudizio di monsignor Hanna Rahmé, arcivescovo maronita di Baalbeck-Deir el-Ahmar, nella valle della Beqaa (Libano orientale, a ridosso del confine con la Siria), che invita a guardare oltre il cessate il fuoco di dieci giorni annunciato la scorsa notte dal presidente americano Donald Trump. «Il fatto di fermare le morti delle persone è molto importante», dichiara al Sir il presule, sottolineando però che «bisogna continuare a cercare soluzioni». La tregua, dunque, è solo un primo passo. Il vero nodo resta quello del disarmo: «Hezbollah deve consegnare le armi allo Stato libanese. Questo è il nodo».

Secondo Rahmé, la questione dipende in larga parte dall’Iran: «Se l’Iran dirà loro: ‘Andate, consegnate le vostre armi all’esercito libanese’, questo avverrà subito. Altrimenti resteremo con un grande problema». Il rischio, in assenza di una soluzione, è che il cessate il fuoco resti fragile. Il presule richiama anche un altro elemento spesso trascurato: «Non bisogna dimenticare che ci sono armi nei campi palestinesi e armi fuori dal controllo dello Stato libanese». Per questo, insiste, «per avere uno Stato libero e con piena autorità bisogna porre fine a tutte le armi al di fuori dell’esercito ufficiale».

Da solo, però, il Libano non può farcela. «I libanesi da soli non possono risolvere questi problemi», avverte il presule, chiedendo un coinvolgimento deciso della comunità internazionale, dagli Stati Uniti all’Ue, affinché esercitino pressioni su Teheran. Non manca uno spiraglio di ottimismo: «Sono ottimista su un accordo globale tra Iran e Israele», dichiara l’arcivescovo, per il quale «un’intesa più ampia potrebbe garantire la sovranità, la dignità e la libertà del Libano, evitando che restino questioni aperte capaci di alimentare nuove tensioni». Nel frattempo, la priorità è umanitaria. «Bisogna pensare alle persone, ai rifugiati che hanno perso le case», sottolinea l’arcivescovo che rivela come, subito dopo l’annuncio della tregua, «già oggi molti sfollati si stanno preparando a tornare nelle loro case per vedere cosa è rimasto». A tale proposito l’arcivescovo ribadisce il ruolo delle comunità cristiane: «Sono rimaste nelle loro case e nei loro villaggi per mostrare il loro attaccamento alla terra e il rifiuto della guerra. È un segnale forte – conclude – che indica la strada: fermare le armi, ricostruire e restituire al Libano una piena sovranità».

Desiderio di tornare. La notte della tregua è stata lunga e carica di paura anche nel sud del Libano. «La gente non ha dormito», racconta al Sir padre Toufic Bou Merhi, frate della Custodia di Terra Santa e parroco latino di una vasta area del sud del Libano che comprende le città bibliche di Tiro e Sidone fino a Naqura, dove ha sede la missione di pace delle Nazioni Unite Unifil – che ospita anche i militari italiani – fino a Deir Mimas e alle montagne che si affacciano sul fiume Litani. Si tratta della zona più calda del conflitto tra Israele e Hezbollah. «La gente ha aspettato mezzanotte per vedere se questa tregua reggeva o meno». Minuto dopo minuto, spiega il frate, le persone hanno trattenuto il respiro: «Hanno cominciato a contare non le ore, ma i minuti, per vedere se cadevano altre bombe». Una tensione e una prudenza rese ancora più forti dai bombardamenti delle ore precedenti, che hanno colpito anche infrastrutture vitali: «L’unica strada che porta al sud, lungo il fiume Litani, è stata bombardata da Israele ieri mattina». Nonostante tutto, il desiderio di tornare è più forte della paura. «La gente è già nelle macchine verso il sud – racconta padre Toufic – perché vuole vedere cosa è rimasto delle proprie case, delle terre. Ma se prima chi partiva sapeva cosa lasciava, oggi non sa cosa troverà».

A Beirut, dove molti sfollati hanno trovato rifugio, la situazione resta drammatica: «Camminando tra le tende lungo la spiaggia, si vede la miseria in cui la gente vive». Eppure, aggiunge, c’è una determinazione profonda: «Gli sfollati sono pronti a vivere anche nelle tende, purché stiano vicino alle loro case. Pianteranno le loro tende sulle macerie di casa». La tregua, annunciata dal presidente americano Donald Trump, appare però già traballante: «I bombardamenti purtroppo continuano», denuncia il frate, citando attacchi avvenuti anche dopo la mezzanotte. Intere aree, come il villaggio di Khiam, risultano devastate, mentre una fascia di sicurezza di circa dieci chilometri resta interdetta. «L’esercito israeliano non fa avvicinare nessuno. Non è solo una zona cuscinetto, è una terra vuota. Alla gente viene impedito di tornare». In questo contesto, parlare di accordo di pace appare complesso. Sale l’attesa per notizie da Washington, dove sono in corso negoziati storici tra Israele e Libano. Nel frattempo «la gente non ce la fa più, è stremata – afferma con forza padre Toufic -. È esausta, sotto pressione economica, sociale e militare da anni. Oggi accetterebbe qualsiasi condizione pur di fermare la guerra: il grido di “basta” lo si sente dappertutto».

Un cambiamento significativo riguarda anche il clima politico interno. «In passato chi parlava di pace con Israele veniva chiamato traditore – ricorda -. Oggi invece il presidente e il primo ministro ne parlano apertamente». Resta però una forte asimmetria: «Quando si parla di accordi, di solito si parla tra pari. Qui non è così: c’è un forte e un debole. Chi è debole accetta le condizioni pur di fermare le bombe». Per questo, i prossimi dieci giorni saranno decisivi. «Se non si aprono solidi canali diplomatici, la tregua non reggerà», avverte il francescano. «Se non si vedranno movimenti politici concreti, allora sarà una tregua destinata a fallire». Nel frattempo, la priorità resta umanitaria. Centinaia di migliaia di persone cercano di rientrare nei villaggi, spesso fermate ai posti di blocco: «Arrivano a un certo punto e gli dicono: da qui non si passa. È una grande frustrazione». Eppure, conclude il frate, una speranza resiste: «Almeno per questi dieci giorni ci sarà un po’ di sollievo, spero arrivino più aiuti così che la gente possa respirare». In una terra devastata dalla guerra, anche una tregua incerta può diventare una flebile speranza. (Daniele Rocchi)

17 aprile 2026

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