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Lunedì 20 Aprile 2026 12:04

Otto nuovi sacerdoti per la diocesi di Roma



Leone XIV li ordinerà nella Messa di domenica 26 aprile nella basilica di San Pietro. Sono Guglielmo Lapenna, Giorgio Larosa, Jos Emanuele Nleme Sabate, Giovanni Emanuele Nunziante Salazar, Antonino Ordine, Yordan Camilo Ramos Medina, Daniele Riscica e Cristian Sguazzino

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C’è chi arriva dall’estero e chi non si è spostato mai da Roma; chi ha lasciato una carriera avviata e chi aveva le idee chiare fin da bambino. Tutti, però, condividono la gioia e l’emozione per la loro prossima ordinazione sacerdotale. Guglielmo Lapenna, Giorgio Larosa, Jos Emanuele Nleme Sabate, Giovanni Emanuele Nunziante Salazar, Antonino Ordine, Yordan Camilo Ramos Medina, Daniele Riscica e Cristian Sguazzino sono i futuri sacerdoti per la diocesi di Roma, che saranno ordinati domenica prossima da Papa Leone XIV, nella basilica di San Pietro, nella celebrazione che avrà inizio alle 9.

Don Jos Emmanuel Nleme Sabate arriva dal Cameroun ed è nato in una famiglia non cattolica. «Mio padre era protestante e a casa pregavamo spesso – racconta -. Quando avevo 11 anni andai a studiare al Seminario Minore della mia diocesi di origine, perché aveva fama di essere un’ottima scuola. E lì ho conosciuto il cattolicesimo. Sono stato battezzato quando avevo 12 anni e già durante quel rito, che non conoscevo, credo sia maturata la mia scelta di diventare sacerdote». Per alcune questioni familiari, per don Jos è arrivata la decisione di incardinarsi nella diocesi di Roma, dove ha fatto anche un’esperienza a Casa Betania. «Qui è nata una sorta di vocazione dentro la vocazione, cioè una grande attenzione alla disabilità – spiega -, tanto che ho scelto di scrivere su questo tema anche nella mia tesi in Filosofia alla Pontificia Università Lateranense. E adesso sto studiando la lingua dei segni».

Romano di nascita è invece don Giovanni Emanuele Nunziante, 32 anni, anche se ha trascorso parte dell’infanzia in Inghilterra. «Se devo raccontare come è nato tutto quello che concerne la mia vocazione, il mio primo ricordo è proprio di quando ero bambino – spiega -. Non avevo ancora chiaro cosa voleva dire essere prete, ma avevo un sogno di vicinanza con il Signore e accarezzavo l’idea di diventare frate. Tutto poi è caduto nel dimenticatoio!». La chiamata è tornata, prepotente, nel 2016. «Era la quarta domenica di Pasqua – racconta – e ascoltando il Vangelo del Buon Pastore si è ripresentato quel desiderio di essere vicino al Signore in un modo particolare. Ho capito che il mio desiderio più profondo era quello di offrire la mia vita come Gesù Buon Pastore. Volevo diventare padre generando altri alla vita nuova della fede. Ho chiesto allora al Signore di rinnovarmi questo invito per essere sicuro che non mi stessi immaginando tutto». Nunziante ha cambiato spesso casa e parrocchia, ma ha sempre frequentato l’Ordine di Malta, «prestando servizio ai poveri e agli infermi. La carità è stato il cuore della mia fede». Un impegno cresciuto anche nell’associazione dei Santi Pietro e Paolo in Vaticano.

Per don Cristian Sguazzino, invece, la chiamata al sacerdozio è arrivata proprio in parrocchia, a San Giovanni della Croce. «Quando ero ragazzino, dopo aver fatto la comunione, giocavo a pallone e poi andavo a Messa tutti i giorni, portandomi dietro sempre qualche amico. A quell’epoca – ricorda – ancora non c’era un’aula liturgica vera e propria, ma le celebrazioni si tenevano in delle tende. Io e i miei amici, naturalmente, facevamo un po’ di confusione. Così una volta il viceparroco ci cacciò via e ci disse che saremmo stati scomunicati!». Sorride, don Cristian, ripensando a quei tempi. «Già allora, nonostante tutto, sentivo il piacere dello stare in chiesa, mi piaceva osservare l’altare e il tabernacolo». Nel suo percorso vocazionale, è stato importante l’incontro con «tanti preti felici di essere preti – dice -; la loro testimonianza è stata fondamentale».

Don Yordan Camilo Medina il miglior testimone lo ha trovato in famiglia: ha infatti uno zio sacerdote, con il quale ha vissuto fin da quanto era piccolo. «Lo accompagnavo a portare la comunione alle comunità di montagna – ricorda – ed era incredibile la gioia dei fedeli quando ricevevano il corpo di Cristo. Ora anche lui è a Roma e io l’ho seguito qui nel mio cammino di formazione sacerdotale. Mi ha sempre supportato». Per don Antonino Ordine, 27 anni, di Praia a Mare (Cosenza), la vocazione è nata all’interno del cammino neocatecumenale: «Sono nato e cresciuto in una famiglia molto praticante – spiega – e questo mi ha portato a vedere la bellezza dell’opera che la Chiesa fa quotidianamente. Ho avuto la fortuna di conoscere sacerdoti e famiglie missionarie, in particolare durante una missione in Svezia, che sono state fondamentali per il mio discernimento». Si preparava a diventare medico, don Antonino, ma una domanda risuonava dentro di lui: «Voglio davvero questo? Mi chiedevo. E Dio cosa vuole da me? Adesso conosco la risposta e posso dire che il Signore ha reso la mia vita molto più bella di come l’avevo immaginata. Sia qui nella diocesi di Roma, in tante parrocchie, ma anche durante alcune missioni che ho fatto in America Latina, in Medio Oriente e in India, ho potuto conoscere tante realtà diverse e comprendere che è bellissimo servire la Chiesa. E che davvero c’è molta più gioia nel dare che nel ricevere».

Anche don Daniele Riscica aveva immaginato il suo futuro in modo diverso. Anzi, il suo presente era già avviato brillantemente verso una carriera da musicista. «Vengo da una famiglia cattolica e ho sempre partecipato alle attività della parrocchia, ma ho frequentato il Conservatorio a Frosinone e finito gli studi di pianoforte nel settore della musica classica. Da lì ho proseguito con la carriera concertistica». Considerato dalla critica una «nuova promessa del pianismo internazionale», Riscica si ritrova giovanissimo ad esibirsi in Brasile, in Cina, in Mozambico. «Sono arrivato a 24 che nella vita avevo già raggiunto tantissimi obiettivi, eppure non ero soddisfatto – confessa -. Sentivo che Dio mi stava chiamando a qualcos’altro. Così ho provato a entrare in seminario, quasi per fare una prova… e lì mi sono sentito contento».

Parla di «felicità» e della sua ricerca anche don Giorgio Larosa, trentenne di Setteville di Guidonia. «La mia vocazione è nata frequentando la parrocchia, grazie alla fede che mi hanno trasmesso i miei genitori – dice -; a un certo punto c’è stato come uno scatto. Vedevo che dalle mie risorse, dalle energie e dal tempo che spendevo per me, non ricavavo la stessa felicità che mi dava frequentare la parrocchia. È stato molto forte anche l’esempio di altri cristiani, laici e sacerdoti; nelle loro storie ho visto la potenza del Vangelo».

Ha 35 anni e viene da Pescara don Guglielmo Lapenna, che prima di entrare in Seminario lavorava in una fabbrica di liquori. «Durante la Gmg di Cracovia del 2016 ho deciso di lasciare quello che facevo ed entrare in seminario», racconta. Così si è trasferito a Roma. «Questi anni sono andati bene e il Signore, ogni giorno, ha riconfermato la mia vocazione».

20 aprile 2026

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