Lunedì 20 Aprile 2026 22:04
Le domeniche a Casa Bellonci
“Ora so che a Roma c’è una casa per me amica” scriveva Cesare Pavese a...
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“Ora so che a Roma c’è una casa per me amica” scriveva Cesare Pavese a Maria Bellonci, ed è proprio una sensazione di amicizia ciò che ho avvertito durante i tre incontri alla Casa Museo di Maria e Goffredo Bellonci, in occasione dell’ottantesima edizione del Premio Strega.
Nel pieno spirito della casa, le porte di Maria e Goffredo si sono aperte e, grazie a Stefano Petrocchi, direttore della fondazione, e al suo esperto e accogliente staff, si sono svolti i seminari previsti per i tre eventi. Gli argomenti trattati hanno riguardato la nascita e le vicende del Premio Strega, Maria Bellonci scrittrice e l’impatto del premio sull’editoria italiana, temi che hanno dato forma alle dinamiche culturali, sociali e politiche del salotto letterario più noto d’Italia a partire dal 1944, di cui le case, prima di viale Liegi poi dal 1951 di via Fratelli Ruspoli, hanno rappresentato lo spazio privilegiato dei protagonisti della letteratura italiana del Novecento per accesi dibattiti, vincitori per un voto e prestigiosi esordi.
Le pareti sono un affresco di librerie sovraccariche di rare prime edizioni, come quella di Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, e numerosi volumi con dediche autografe; in più si annoverano nella collezione collane introvabili di letteratura, testi di teatro, musica, storia, arte. Opere pittoriche e grafiche di artisti come Maffai, Capogrossi, Morandi, e sulla destra, lungo il corridoio, i manifesti originali del Premio Strega.
Durante la visita alle stanze dell’attico del quartiere Parioli, dove ho respirato la storia di oltre settant’anni di letteratura italiana, ho immaginato Maria Bellonci alzarsi alle cinque di ogni domenica mattina per impastare torte alla crema e al cioccolato, con la farina e le uova acquistate alla borsa nera, che era solita servire insieme al tè al suo folto gruppo di amici appartenenti al mondo editoriale e artistico. «Chi entrava,» racconta Maria Bellonci nel libro Il Premio Strega (Club degli Editori Collana Strega, 1969), «aveva qualche minuto per orientarsi; poi si trovava in mano la tazzina fumante e gli galleggiava vicino il vassoio con la torta. Nemmeno si accorgeva di essere tenuto d’occhio; una mano abile gli toglieva l’impaccio della tazza vuota che immediatamente era portata in cucina, lavata, asciugata e posata di nuovo sul tavolino attraverso la porta socchiusa della camera da letto».
Maria Bellonci ha incarnato lo spirito letterario dell’epoca e il valore inesauribile dell’amicizia: «Si era ancora mal nutriti e pareva cosa lieta fare merenda con gli amici che avevano l’aria di ragazzi anche se proprio ragazzi non erano». Era l’11 giugno del 1944, i tedeschi e i fascisti se ne erano andati da Roma, e nella piccola casa di viale Liegi iniziavano a radunarsi i futuri protagonisti della cultura italiana. «Così la domenica le stanze si aprivano con una gaiezza confortevole che sembrava naturale, e pochi si accorgevano con quali sforzi giungessimo ad ottenerla. Sì, i denari erano pochi. Goffredo ed io abbiamo sempre avuto l’incomodo privilegio di vivere sul ramo».
Già nel 1946 scrittori, giornalisti e persone di cultura del calibro di Carlo Emilio Gadda, Anna Banti, Ennio Flaiano, Alberto Moravia, Elsa Morante, Pannunzio, Ungaretti, solo per citarne alcuni, affollavano le stanze di viale Liegi. È stato in questo periodo che Maria Bellonci ha avuto l’idea di dare forma a un premio «che nessuno ancora avesse mai immaginato. L’idea di una giuria vasta e democratica che comprendesse tutti i nostri amici mi sembrava tornar bene per ogni verso; dava significato espressivo anche al gruppo che avrebbe manifestato così le sue opinioni e le sue tendenze, anzi le avrebbe rivelate per mezzo di paragoni e discussioni: confermava il nostro acquisto della democrazia, ed era intonato al nostro stato d’animo, quello stato d’animo che mi faceva alzare alle cinque del mattino per impastare le torte senza che mi pesasse la fatica domenicale».
Dall’incontro con il giovane industriale Guido Alberti, persona attenta e interessata al mondo della cultura, l’idea del premio è diventata mano a mano un progetto concreto. E la mattina del 27 gennaio 1947 la telefonata di Guido Alberti a casa Bellonci annunciava che il premio era stato deciso: la famiglia Alberti avrebbero finanziato la somma di duecentomila lire destinata al vincitore o alla vincitrice, a patto che il premio venisse intitolato al liquore da loro prodotto, lo Strega, legando in modo indissolubile il suo marchio al premio letterario.
Il 16 febbraio 1947 Goffredo annuncia agli Amici della Domenica l’istituzione del premio e il suo regolamento. «Quel 16 febbraio,» racconta Maria Bellonci, «mi dava ragione; ci fu per casa un ronzio allegro, si avvertiva un legame di affiatamento, correvano motti di spirito elettrici e zampillanti e ognuno andava a riscontrare il proprio nome nella lista dei votanti sulla mia scrivania».
Il 13 maggio 1986, a ottantatré anni, e a trentanove dalla prima edizione del premio, Maria Bellonci (vincitrice postuma dello Strega con il libro Rinascimento privato, edito da Mondadori) veniva a mancare. Il suo lascito è stato raccolto lo stesso anno dalla Fondazione dedicata alla scrittrice Maria Bellonci e al critico letterario Goffredo, istituita da Anna Maria Rimoaldi.
Nel 2020 la casa di via Ruspoli è stata oggetto di una profonda opera di restauro ma i libri, i quadri, compresa la teca contenente l’urna per le votazioni realizzata nel 1947 da Mino Maccari, sono esattamente dove Maria e Goffredo desideravano che fossero, compresa una collezione di testi dalla copertina rossa che Maria amava osservare dal suo letto.
Elena Martinelli
