Mercoledì 22 Aprile 2026 10:04
Diritti umani, Amnesty: «Il mondo sull’orlo di un precipizio»


Presentato a Roma il Rapporto 2026. Innumerevoli le situazioni denunciate, da Israele al Congo, dalla Russia al Myanmar a molto altro ancora. Positiva la mobilitazione della Generazione Z
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Prende in esame la situazione in 144 Stati il Rapporto 2026 sulla situazione dei diritti umani nel mondo, presentato ieri, 21 aprile, a Roma da Amnesty International. Ne emerge un 2025 profondamente segnato da «attacchi predatori al multilateralismo, al diritto internazionale e alla società civile», frutto dell’idea di un ordine mondiale «basato su razzismo, patriarcato e agende contrarie ai diritti umani». Da Amnesty non hanno dubbi: «Il mondo è sull’orlo di un precipizio di una nuova pericolosa era». Di qui la richiesta agli Stati, agli organismi internazionali e alla società civile di «respingere le politiche arrendevoli» e «resistere collettivamente a questi attacchi».
Lo spiega Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty international. «Oggi – sottolinea – c’è un assalto diretto alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole da parte degli attori più potenti, a scopo di controllo, impunità e profitto». Il conflitto in Medio Oriente, in particolare, è il prodotto di un precipizio in assenza di legge». Ma le situazioni denunciate sono innumerevoli. Israele, anzitutto, che «ha portato avanti il suo genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, nonostante il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 e il suo sistema di apartheid, accelerando l’espansione degli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est». Ma anche gli Usa, che «hanno commesso oltre 150 esecuzioni extragiudiziali, bombardando imbarcazioni e nell’Oceano Pacifico e nel Mar dei Caraibi e, nel gennaio 2026, hanno compiuto un atto di aggressione contro il Venezuela». Pure nel 2026 gli Stati Uniti hanno fatto «uso illegale della forza contro l’Iran», provocando attacchi di rappresaglia iraniani contro Israele e l’aumento degli attacchi di Israele al Libano.
Osservata speciale anche la Russia, che «ha intensificato gli attacchi aerei contro infrastrutture civili in Ucraina». L’esercito in Myanmar, che ha usato «paracaduti a motore per sganciare esplosivi contro i villaggi uccidendo decine di civili». Gli Emirati Arabi, che alimentano il confitto in Sudan «fornendo armi avanzate di produzione cinese alle Forze di supporto rapido», il gruppo paramilitare che «ha commesso uccisioni di massa e violenze sessuali contro la popolazione civile». Si continua poi con le violazioni dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo, in Afghanistan, in Iran, con le sanzioni contro la Corte penale internazionale e la Relatrice speciale Onu sui Territori palestinesi occupati.
Insomma, «l’assalto alla società civile e ai movimenti sociali dilaga in tutto il mondo», è la denuncia contenuta nel Rapporto. Nel 2025 molte proteste sono state represse con l’uso della forza e con arresti arbitrari in Nepal, Tanzania, Afghanistan, Iran, Cina, Egitto, India, Kenya, Usa, Venezuela, Turchia, Regno Unito. Le autorità degli Usa, in particolare, «hanno avviato un giro di vite illegale contro le persone migranti, rifugiate e richiedenti asilo, ricorrendo all’uso ricorrendo all’uso non necessario ed eccessivo della forza, alla profilazione razziale, alle detenzioni arbitrarie e a prassi che costituiscono tortura e sparizione forzata». In Ecuador, El Salvador, Nicaragua, Paraguay, Perù e Venezuela sono state adottate leggi «che impongono controlli sproporzionati sulle organizzazioni della società civile», con «un impatto diretto sulla loro operatività, sull’accesso alle risorse economiche, sul sostegno alle comunità e sulla difesa dei diritti umani». Molti governi, facilitati da attori economici, tra cui Usa, Serbia e Kenya, «hanno fatto ricorso a software-spia e alla censura digitale per limitare la libertà d’espressione e il diritto all’informazione». Usa, Canada, Francia, Germania, Regno Unito e altri Stati «hanno annunciato o adottato ampi tagli agli aiuti internazionali, pur sapendo che avrebbero probabilmente causato milioni di morti evitabili, mentre contemporaneamente in molti casi s’impegnavano ad aumentare massicciamente le spese militari».
Tra le – poche – notizie positive contenute nell’indagine di Amnesty, il fatto che milioni di persone nel mondo resistono all’ingiustizia e alle pratiche autoritarie, senza farsi scoraggiare dagli attacchi alla società civile. Nel 2025 i giovani della Generazione Z si sono mobilitati in Kenya, Madagascar, Marocco, Nepal e Perù. Anche all’inizio di quest’anno negli Stati Uniti «le persone si sono organizzate strada per strada, isolato per isolato, da Los Angeles a Minneapolis, contro i raid violenti e fortemente militarizzati delle agenzie federali che si occupano d’immigrazione». Ancora, «manifestazioni di massa contro il genocidio israeliano si sono svolte in ogni parte del mondo e da 40 Stati sono salpate flottiglie per mostrare solidarietà alla popolazione palestinese. L’attivismo globale contro i flussi di armi destinati a Israele è aumentato: in Francia, Grecia, Italia, Marocco, Spagna e Svezia i portuali hanno cercato di impedire la partenza di navi cariche di armi».
Buone notizie anche dalle Filippine, che hanno consegnato alla Corte penale internazionale l’ex presidente Rodrigo Duterte, ricercato per il crimine contro l’umanità di uccisione. Il Consiglio d’Europa e l’Ucraina hanno promosso l’istituzione del Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina mentre nella Repubblica Centrafricana un tribunale misto ha condannato sei ex membri di un gruppo armato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha istituito un meccanismo indipendente d’indagine per l’Afghanistan, una commissione d’inchiesta e una commissione di accertamento dei fatti sulla Repubblica democratica del Congo. Nel 2026, inoltre, «un numero più ampio di Stati sta prendendo posizione contro le pratiche autoritarie e gli attacchi all’ordine basato sulle regole. La Spagna in particolare si è distinta per posizioni basate sui principi ma tutte queste richieste devono essere seguite da azioni decisive e costanti nel tempo».
A fare sintesi è Callamard, secondo cui il 2025 «ci ha restituito una potente immagine di resistenza e solidarietà da parte di manifestanti, rappresentanti diplomatici, leader politici e altre persone. Dobbiamo ripartire dal loro esempio e dal loro coraggio – esorta -. Vogliamo che il 2026 sia l’anno in cui dimostreremo che abbiamo il potere di cambiare le cose e che la storia non è meramente un’imposizione sulle nostre teste».
22 aprile 2026
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