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Martedì 28 Aprile 2026 12:04

Mario Biondi: il primo album interamente in italiano



Intervista al crooner catanese che parla del nuovo lavoro e della paternità con i suoi dieci figli. Vent'anni di concerti. In tour da maggio, con tappa a Roma il 17 e 18 all’Auditorium Conciliazione

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Vent’anni di concerti in 50 Paesi, certificazioni oro e platino, una voce che il mondo ha imparato a riconoscere. Eppure c’era una cosa che Mario Biondi non aveva ancora fatto: cantare nella sua lingua. «L’italiano era un sogno da realizzare», dice. Il ventennale di This Is What You Are e Handful of Soul, che lo hanno reso la voce italiana soul-jazz più conosciuta al mondo, è diventato il momento giusto per smettere di aspettare.

Era il 2006 quando uscì il singolo This Is What You Are, pensato per il mercato giapponese, ma arrivato alle radio europee quasi per caso: il dj britannico Norman Jay lo inserisce a sorpresa nella scaletta del suo programma sulla BBC1, e il mondo si accorge di questa voce italiana capace di fare soul come pochi. Da quel momento la carriera del crooner catanese non si è più fermata. Dopo 14 dischi arriva ora Prova d’autore: non solo il primo album interamente in italiano, ma anche un disco in cui Biondi è autore di tutti i pezzi – testi, musica, arrangiamenti – oltre che produttore dell’intero lavoro. Un progetto in gestazione da quasi vent’anni, ponderato con cura maniacale, senza fretta. E poi c’è l’altra dimensione, quella più privata: Mario Biondi ha dieci figli, con un’età che va dai 2 ai 29 anni, una piccola “società” che attraversa l’album come un filo invisibile ma potente.

Da maggio sarà in tour nei teatri delle più importanti città italiane, alternando anche tappe all’estero. Nuovi arrangiamenti per esaltare la purezza della sua voce e l’eleganza delle sonorità soul-jazz, con grandi musicisti che lo accompagneranno sul palco, a cominciare dal maestro Antonio Faraò uno dei più importanti pianisti jazz italiani riconosciuto a livello internazionale, dalla tecnica inimitabile; e poi Massimo Greco (polistrumentista e direttore musicale), Matteo Cutello (tromba), Giovanni Cutello (sassofono), Ameen Saleem (basso), Devid Florio (percussioni, chitarra e flauto) e David Haynes (batteria), che in alcuni show lascerà il posto a Nicolas Viccaro (batteria) o Francesca Remigi (batteria). Il 17 e 18 maggio si esibirà al all’Auditorium Conciliazione di Roma. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare del nuovo album, di figli e luoghi comuni fastidiosi.

Vent’anni per fare una cosa che avresti potuto fare il primo giorno. Cosa ti ha tenuto lontano dalla tua lingua per così a lungo? Paura, rispetto, o qualcosa di più sottile?
Quando scrivi qualcosa hai voglia di farla vedere, come un bimbo appena nato. La verità è che in questi vent’anni, grazie ai progetti che sono andati bene, il territorio estero ci ha assorbiti molto: 50 Paesi nel mondo, tanti concerti, un bel seguito. L’italiano è rimasto un sogno da realizzare. Per il ventennale abbiamo ragionato su questo traguardo e, diciamo, siamo riusciti a convincerci che era arrivato il momento.

Il titolo Prova d’autore suona come una dichiarazione, ma anche come un atto d’umiltà, quasi a dirti che non sei sicuro del risultato. Perché?
L’idea nasce in modo più pittorico e artistico. Man mano che i brani cominciavano a prendere forma, ho sempre percepito questo collegamento tra la tavolozza dei pittori e il mio modo di fare musica. Mi sembrava un titolo giusto per quello che è, fondamentalmente, un primo vero lavoro in italiano.

C’è una canzone che ti ha convinto più delle altre a questo proposito?
“Cielo stellato” è stato l’incipit del progetto, un po’ il riassunto del concetto di questo disco, anche se ogni brano tratta una sua tematica.

Hai dieci figli. Nel disco c’è Un’altra volta, dedicata alla loro dolcezza e alla forza che ti danno per andare avanti.
C’è una visione eterea, non troppo descrittiva dei figli, che però mi ha fatto scattare qualcosa. L’incanto negli occhi dei piccoli: dovremmo custodirlo anche noi adulti. Essere incantati grazie al loro tocco, al loro affetto. All’inizio non mi era chiaro che avrei fatto una canzone per loro. Man mano che scrivi qualcosa, capisci cosa stai scrivendo. Un’altra volta è nata così: non l’ho scritta con un’intenzione precisa, è venuta fuori. Loro sono stati una scintilla. Di fatto, mentre scrivi definisci poi quello che avevi in testa. Questo vale anche per le altre cose del disco.

Essere padre di dieci persone diverse ti ha insegnato qualcosa sull’amore che non avresti potuto imparare in nessun altro modo?
Imparo, soffro, gioisco: loro sono la mia piccola società. Vanno dai 29 ai 2 anni. Ogni età ha le sue esigenze, ogni carattere la sua personalità. Ognuno è diverso e speciale, e non ha nulla a che vedere con il genere. Loro hanno quella varietà che ti insegna tutto. E infatti mi hanno insegnato cose sull’amore che non avrei imparato in nessun altro modo.

Come porterai questo disco live? C’è un approccio diverso rispetto a come hai sempre vissuto il palco?
Ci sono brani come This Is What You Are e Handful of Soul a cui devo rispetto, e lo devo anche al pubblico. Ma c’è già molto affetto per questo progetto, e questo mi tocca, anche se mi colpisce che alcuni mi chiedano “Perché non li hai fatti in inglese”? Ma, in fondo, anche prima mi chiedevano “Perché non canti in italiano?”. Non sono mai contenti! Come in tanti mi chiedono “Ancora fai figli”? Qualcuno pensa che avere molti figli sia irresponsabile, non scherziamo! Per me fare figli è bellissimo, vuol dire amare la vita. Dovremmo essere più comprensivi in questo mondo. Trovo che sia un difetto parlare a sproposito.

C’è un figlio più fan?
Sicuramente i più piccoli, che hanno quasi una venerazione. Ma tutti mi ascoltano. Mia moglie (madre degli ultimi tre, nda) mette la mia musica. Poi, è chiaro, crescendo si formano le personalità, c’è meno incanto per il papà. Zoe e Margherita però sono diventate musiciste, gli altri mi accontentano con un “bella papy”. Gli adolescenti ascoltano trap, rap, poi c’è a chi piace hard rock, metal, vanno a periodi. Ma anche io, prima di appassionarmi al jazz, ero un fan dei Pink Floyd e lo sono ancora. Se non fossero esistiti, avrebbero dovuto inventarli. L’eterogeneità è sempre un valore.

28 aprile 2026

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