Mercoledì 29 Aprile 2026 12:04
Acli: negli ultimi 6 anni salari fermi e meno opportunità per figli e famiglie


Presentato l'ultimo rapporto Iref-Acli, basato su un campione di 4 milioni di 730, che prende in esame il periodo 2020 - 2025. Il presidente Manfredonia: «Non si può continuare a tassare il mondo del lavoro e non tassare le rendite da speculazione»
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L’Italia degli ultimi anni ha registrato più lavoro, che però non si è tradotto automaticamente in una maggiore sicurezza economica. Lo dimostrano i dati del nuovo rapporto Iref – Acli presentato ieri, 28 aprile, nella sede della presidenza nazionale dell’associazione, basato su un campione di circa 4 milioni di 730, che per la prima volta prende in esame sei anni fiscali: dal pre-Covid, nel 2020 fino al 2025. L’evidenza è che oltre la metà dei lavoratori (51%) non ha recuperato l’inflazione cumulata del periodo, pari al 18%, con una conseguente perdita di potere d’acquisto.
Molto limitata la mobilità: il 66,1% dei lavoratori che nel 2020 si trovavano nel livello di reddito più basso sono ancora lì nel 2025. Segno di una difficoltà strutturale a migliorare la propria condizione che si accompagna a una diffusione significativa del lavoro multiplo: circa il 23% dei lavoratori ha più di un datore di lavoro, ma continua a percepire redditi inferiori rispetto ai lavoratori stabili, con un divario medio che supera i 10mila euro annui.
E un lavoro “fragile” si riflette anche sulla questione abitativa. Basti pensare che tra chi vive in affitto il reddito mediano è inferiore del 23% rispetto ai proprietari (20.526 euro contro 26.680) e la precarietà lavorativa è molto più diffusa: circa un affittuario su quattro ha un contratto intermittente o precario, contro poco più del 4% nella platea generale. Le conseguenze si vedono con particolare evidenza nelle famiglie: il 38% di quelle con figli e almeno un lavoratore dipendente non sostiene alcuna spesa per istruzione o attività sportive; quota che sale al 66,5% tra i redditi più bassi.
Lavoro, casa e istruzione e sport, insomma, si sommano a vicenda nel produrre condizioni di fragilità che tendono a riprodursi nel tempo. I dati, nell’analisi del presidente nazionale Acli Emiliano Manfredonia, «ci dicono che servono politiche strutturali sul lavoro: non sulla precarietà come eccezione da gestire, ma sulla dignità del lavoro come regola da costruire. Ci dicono che serve una politica sulla casa lungimirante: serve una visione, serve edilizia residenziale sociale, servono contratti di affitto accessibili per chi è giovane, per chi è solo, per chi è precario». Ancora, «ci dicono che serve investire sull’educazione delle nuove generazioni come se il futuro dipendesse da questo, perché, in effetti, dipende esattamente da questo. E ci dicono anche, con una chiarezza che dovrebbe far riflettere chi ha responsabilità di governo, che i miliardi che stiamo spendendo – e che si prospetta di spendere ancora – in armamenti, sono miliardi di euro sottratti a tutto questo. Sono risorse che non vanno al lavoro, non vanno alle famiglie, non vanno ai giovani, non vanno alla casa, non vanno alla scuola. Le priorità di un Paese si misurano da dove questo decide di stanziare le risorse. E le priorità della nostra Italia, in questo momento, non corrispondono ai bisogni che questo rapporto documenta».
Parlare attraverso i dati raccolti nei servizi di Caf e Patronato, evidenzia la vicepresidente vicaria Acli Raffaella Dispenza, significa «dare voce a tante storie di persone che fanno fatica, persone che una volta costituivano quello che era il ceto medio e che oggi è meglio chiamare ceto medio impoverito». Ne viene fuori un quadro «problematico», che «documenta una crisi trentennale dei salari reali in Italia, unico paese che, come ci dice l’Ocse, negli ultimi 30 anni ha visto una contrazione delle retribuzioni reali, a differenza di paesi come la Francia o la Germania che hanno visto invece un aumento di più del 30%. Una forbice drammatica e assolutamente non giustificabile per un Paese come il nostro». L’urgenza è quella di «uscire da questa trappola attraverso politiche che possano ridare speranza alle persone, oltre che al nostro Paese, che è chiamato a scegliere con coraggio politiche che favoriscano il diritto alla casa e anche il lavoro dignitoso».
Per il direttore scientifico ASviS Enrico Giovannini, «l’aumento delle disuguaglianze non è semplicemente l’effetto ma la causa di una bassa crescita economica. Questo vuol dire che servono politiche trasformative all’insegna dell’equità e della sostenibilità. Con questa ennesima, e prevedibile, crisi energetica l’Italia rischia una nuova recessione o, nel migliore dei casi, una stagnazione, accompagnata da una ripresa dell’inflazione, che colpirà maggiormente i redditi bassi». Il Paese, per Giovannini, deve «accelerare la transizione alle rinnovabili anche per abbassare i costi energetici alle famiglie e alle imprese, e rendersi meno dipendenti dalle tensioni internazionali. Rallentare tale processo, come avvenuto negli ultimi tre anni, esporrebbe ulteriormente le classi sociali più fragili a pagare il costo futuro di scelte conservatrici assunte negli interessi di pochi, e non della collettività».
29 aprile 2026
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