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Mercoledì 29 Aprile 2026 13:04

La movida romana è salva: si potrà ancora ordinare da bere dopo la mezzanotte

Persino nella fiaba dei Fratelli Grimm ci rimangono tutti male quando Cenerentola, a mezzanotte, abbandona la festa. Troppo presto, siamo adulti, resta almeno fino alle due…La principessa non è che avesse un vero e proprio coprifuoco, ma come tutti sanno, trascorsa la mezzanotte, la carrozza sarebbe diventata una linea ATAC notturna, pardon, una zucca. Ma […]

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Persino nella fiaba dei Fratelli Grimm ci rimangono tutti male quando Cenerentola, a mezzanotte, abbandona la festa. Troppo presto, siamo adulti, resta almeno fino alle due…La principessa non è che avesse un vero e proprio coprifuoco, ma come tutti sanno, trascorsa la mezzanotte, la carrozza sarebbe diventata una linea ATAC notturna, pardon, una zucca. Ma soprattutto Roma non è c’era-una-volta-land. Qui il tema è molto meno fiabesco e molto più amministrativo: il Campidoglio ha appena bocciato la proposta avanzata da II e III Municipio di fermare la somministrazione di alcol a mezzanotte, giudicandola una misura eccessiva, troppo rigida e potenzialmente difficile da applicare. 

La proposta nasceva dall’ennesimo capitolo della guerra eterna tra chi vive nei quartieri della movida e chi la vive. Da una parte residenti esasperati da schiamazzi, bottiglie, motorini, karaoke improvvisati alle 3:47, dall’altra commercianti, lavoratori della notte e ragazzi che rivendicano il diritto a uscire, stare insieme e non vivere una città che alle 23 sembri in lockdown, come accade in alcune capitali del nord europa. Quante volte vi è capitato di sentire dall’amica tornata da un weekend a Bruges- Oh raga, una bomboniera, per carità, però alle undici n’c’era più n’cane per strada.

Allora la domanda è, divertirsi è un diritto? La risposta breve è sì. Ma – come quasi tutti i diritti – non è un diritto assoluto. Perché anche dormire è un diritto. E soprattutto, chi vive sopra un cocktail bar in centro non è detto che abbia l’insonorizzazione dello studio 54. Il punto è che Roma continua a oscillare tra due estremi: tolleranza totale finché la situazione esplode, poi ordinanza punitiva, proteste, retromarcia, nuova emergenza, e si ricomincia. Eppure, guardando fuori dall’Italia, nessuna grande capitale europea ha davvero risolto il problema vietando tutto. 

Londra non ragiona in termini moralistici ma burocratici: licensing, autorizzazioni, controlli e responsabilità. I pub tradizionalmente chiudono tra le 23 e mezzanotte, ma i locali possono ottenere licenze più estese se dimostrano di saper gestire sicurezza, rumore e ordine pubblico. Il principio è molto british: puoi fare tardi, ma solo se sai fare tardi. 

Parigi è severa ma chirurgica. Niente proibizionismo assoluto: vendita per asporto vietata dopo le 22, molti locali chiudono intorno alle 2, controlli serrati nei quartieri centrali e regole rigide su rumore e dehors. Non si vieta la notte: si circoscrive il conflitto. Alcune aree vivono, altre vengono protette quasi come santuari del sonno.

Madrid ca va san dire, la più permissiva, coerente con una cultura dove le 22:30 è ora di cena. Qui la somministrazione di alcol può proseguire fino alle 2-2:30, ma con restrizioni mirate: no vendita nei negozi dopo le 22, lotta senza quartiere ai botellón e zone a protezione acustica speciale. 

In Italia, prendiamo l’esempio di Milano,  laboratorio della regolazione permanente: ordinanze su asporto, dehors e orari nelle zone calde come Navigli, Darsena e Arco della Pace. Non sempre funziona, ma almeno prova a costruire un modello gestionale. 

A Napoli di recente è stata firmata una nuova ordinanza mirata valida per quattro mesi, dopo che i rilievi Arpac che hanno certificato il superamento dei limiti di rumore notturno. Il provvedimento prevede: chiusura dei locali all’1:00 dalla domenica al giovedì e alle 2:00 venerdì e sabato, divieto di vendita e somministrazione per asporto di bevande alcoliche e analcoliche dalle 22:30 alle 6:00, oltre allo stop a eventi musicali amplificati dalle 22.

Il modello Napoli è interessante perché mostra un approccio sempre più “chirurgico”: non divieti generalizzati sull’intera città, ma restrizioni concentrate nelle aree più critiche, dove il diritto al riposo dei residenti entra in attrito permanente con una città che vive la notte come estensione naturale dello spazio pubblico.

Nessuno ha la formula magica, ma guardando Parigi, Madrid, Londra, Milano e Napoli emerge il tentativo di rendere compatibili due diritti che di notte entrano in collisione. Il diritto a socializzare non può cancellare il sonno. Il diritto al sonno non può cancellare la vita urbana. Ed è forse questo il punto più italiano della vicenda romana: continuiamo a trasformare una questione di gestione urbana in una guerra morale.  Giovani contro residenti. Libertà contro repressione. Movida contro decoro. Come se non fosse possibile la coesistenza, come se dovessimo ragionare per forza da tifosi che se non è bianco, è per forza nero.  Non possiamo permetterci spazi nè totalmente liberi né la desertificazione della città dopo cena. Bisogna inseguire, come spesso accade, la terza via, e cioè intendere la città come uno spazio negoziato, differenziato

Roma, forse una volta per tutte, sembra aver capito che la notte urbana non va spenta ma amministrata e se la carrozza che ci riporta a casa, dopo mezzanotte diventa una linea notturna o una bici elettrica, tanto meglio. Saremo pure più green.

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