Martedì 5 Maggio 2026 13:05
Petrolio e Hormuz: l’Europa scopre quanto costa una tregua fragile


La decisione degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’Opec apre una nuova variabile nella crisi del Golfo. Con lo stretto sotto pressione, il petrolio rincara, aumentano trasporto e assicurazioni
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Un Paese grande esportatore mondiale di petrolio che si svincola da un cartello di altri produttori è, in teoria, una buona notizia per le imprese e per le famiglie. La decisione della Federazione degli Emirati Arabi Uniti di staccarsi dall’Opec va però inquadrata in uno scenario ben più ampio della fissazione di target di prezzo. Essere liberi di produrre quanto si vuole, per aumentare le riserve ed esportare di più, introduce una variabile interessante nel micidiale braccio di ferro in corso nello Stretto di Hormuz dove – in modo diverso ma con effetti simili – Stati Uniti e Iran stanno frenando il flusso di petrolio spingendo le nuove quotazioni del greggio (qualità Brent) a 120 dollari al barile. Ma le esportazioni degli Emirati non passano solo dalle petroliere a Hormuz ed è una grande differenza con altri produttori. Per tempo hanno costruito un oleodotto che trasporta il greggio fino al porto di Fujairah, sbocco oltre l’area contesa. Non a caso, il percorso terrestre alternativo al transito da Hormuz è stato bombardato nelle ultime ore da droni e missili iraniani. Da quell’oleodotto possono passare circa 1,5 milioni di barili al giorno che vengono spostati senza utilizzare le petroliere nel “gomito” navale. La produzione può aumentare.
Quei quantitativi non sono risolutivi considerando che Abu Dhabi e le sei aree federate producono insieme 4 milioni di barili al giorno che rappresentano un 4% dell’intera produzione mondiale, gli Emirati sono terzo attore tra i Paesi dell’Opec (cioè i Paesi storici aggregati nel 1960) e della nuova definizione Opec+ (Paesi che hanno aderito più tardi e tra questi la Russia). L’aggregato controlla circa il 45% della produzione mondiale di petrolio e può creare penuria o abbondanza in aree di forte industrializzazione come Europa, Cina e Giappone. L’Unione europea è ormai nel mirino dell’amministrazione Trump anche perché gli States non hanno problemi di approvvigionamento di energia fossile. Il petrolio venezuelano è sotto controllo.
La decisione degli Emirati Arabi Uniti, area a forte componente sunnita, sembra rispondere ai “desiderata” di Stati Uniti e Israele. Si contrappone frontalmente all’Iran ed esce dal tracciato storico impostato dall’Arabia Saudita. Segnali premonitori c’erano già stati. Più recentemente gli Emirati si sono sentiti poco protetti dai “colleghi” Opec più vicini. Per le imprese e le famiglie europee, per l’economia europea in generale, non basta una tregua. Il maggior costo della materia prima, del trasporto compresa l’assicurazione per il rischio di attacchi, si sta scaricando sui prezzi frenando un’economia in rallentamento. Negli ultimi dati il Pil (prodotto interno lordo) europeo è cresciuto solo dello 0,1% nel primo trimestre 2026. L’inflazione ha ripreso a correre ed è stimata al 3% in aprile con rischi di rapido peggioramento se il Golfo Persico resterà bloccato. Per ora la tregua è debolissima e la pacificazione tutta da costruire. (Paolo Zucca)
5 maggio 2026
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