Mercoledì 6 Maggio 2026 09:05
Il “Grand Tour” a Roma e in Vaticano al tempo di Goethe e Byron


Presentato ai Musei Vaticani il libro di Pier Andrea De Rosa che raccoglie le testimonianze degli aristocratici in viaggio nella Città Eterna tra XVIII e XIX secolo. Le immagini di una Roma scomparsa
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Una città fredda e scomoda, costellata di monumenti le cui porte si aprivano solo pagando una buona mancia. Così appariva Roma agli occhi degli aristocratici che vi giungevano tra il XVIII e il XIX secolo compiendo quello che ai più è noto come Grand Tour. Quelle testimonianze rivivono ora nel volume “Figure illustri. Protagonisti del Grand Tour a Roma e in Vaticano” (Edizioni Musei Vaticani, 2026), del critico d’arte Pier Andrea De Rosa, presentato negli spazi dei Musei Vaticani. Un libro che trae origine da un lungo studio compiuto sui diari e le lettere redatte da dodici forestieri che raccontano i disagi sperimentati da viaggiatori, come Goethe, Madame de Staël, Byron o Dickens.
Nelle duecento pagine che compongono il volume emergono immagini di una Roma oggi scomparsa. Le terrazze della basilica vaticana, ad esempio, erano raggiungibili solo se si pagava un inserviente. E quei tetti erano popolati da gatti e bambini. Descrizioni che trovano riscontro nei documenti degli archivi della basilica, ha precisato da Pietro Zander, responsabile Beni artistici della Fabbrica di San Pietro in Vaticano. Dalle carte è emerso che in quegli anni la Fabbrica pagava sei baiocchi al “custode dei gatti”. Sui tetti vi erano i depositi dove erano anche tenute le corde che i sampietrini usavano per montare le imbracature durante i lavori di manutenzione. I gatti erano utili a cacciare i topi che, in tal modo, non rosicchiavano le corde. E i sampietrini erano bambini: nella Fabbrica si iniziava a lavorare già a dodici anni. Testimonianze di questo sono emerse anche durante il restauro del baldacchino del Bernini, con le firme e le impronte di ragazzini rinvenute a 23 metri d’altezza.
Accanto alle minuziose narrazioni dei profumi e delle opere d’arte vi sono poi altrettanto minuziose descrizioni dei disagi dovuti agli alloggi. Perché se è vero che non mancavano osterie dove poter mangiare carne e pesce, è altrettanto vero che l’assenza di tappeti sui pavimenti in coccio e sulle pareti rendeva le stanze poco riparate dal gelo. Roma, infatti, era una delle mete invernali del Grand Tour. La si raggiungeva per i riti di Natale e Pasqua. Diversi, in cerca di un miracolo, sono giunti nell’Urbe malati e, per questo, tra fredde mura trovarono la morte.
Sfogliando il volume emerge poi un altro dato: i punti di interesse turistico di Roma sono rimasti gli stessi. A differenza di quanto avveniva all’epoca di Goethe, però, i romani oggi devono affrontare la problematica dell’overtourism. Come superarla? «Pochi giorni fa sono stata a Palazzo Farnese a Caprarola. Una meraviglia, un luogo ricco di storia e di arte – ha raccontato Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani -. Eppure era vuoto, non c’era nessuno. Ecco è su questo che dobbiamo lavorare di più, sulla conoscenza. Un percorso intrapreso dal ministero della Cultura così come da diversi musei diocesani. Non solo Roma, tutta Italia è un museo a cielo aperto. L’overtourism si combatte non mettendo dei freni ma facendo conoscere il territorio».
6 maggio 2026
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