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Sabato 9 Maggio 2026 09:05

I “nuovi italiani” tra famiglia, scuola e luoghi di culto



La ricerca Iriad racconta ragazzi con doppia appartenenza stabile, reti amicali più aperte e un forte ancoraggio alla fede. Ma quasi la metà non ha ancora la cittadinanza. Il vicario Reina: Contribuiscono a rendere nuova l'Italia

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Si sentono italiani tanto quanto si sentono legati alle proprie origini, e non vivono questa doppia appartenenza come un conflitto ma come una condizione stabile e strutturale. È questo uno dei dati più rilevanti della ricerca “I nuovi italiani nelle diocesi del Lazio”, condotta dall’Istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo – Iriad  e promossa dalla Conferenza episcopale laziale, presentata ieri, venerdì 8 maggio, nella parrocchia del Santissimo Redentore a Val Melaina, dopo la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale vicario Baldo Reina.

Lo studio – seconda fase di un lavoro avviato nel 2024 dalla diocesi di Roma – ha coinvolto 1.083 giovani tra i 12 e i 19 anni nelle scuole secondarie di tutto il Lazio, di cui 353 con background migratorio. “Seconde generazioni” che non sono però un blocco uniforme: i figli di coppie miste (un solo genitore straniero) mostrano infatti valori, pratiche linguistiche e reti relazionali molto vicini a quelli dei coetanei di famiglia italiana. E se proprio la famiglia è il riferimento centrale per tutti i gruppi, è la religione l’area di massima distanza: importante per il 60% fra i figli di stranieri e solo per il 22% fra quelli degli italiani, con tassi di pratica religiosa più che tripli per i primi.

La ricerca, illustrata da Francesca Farruggia e Fabrizio Battistelli davanti a un’ampia platea con tanti dei ragazzi coinvolti, mostra che le famiglie straniere trasmettono soprattutto valori quali la fede religiosa, la tradizione e l’impegno (con una responsabilizzazione precoce dei loro figli): ragazzi che sono fieri di tali principi, ma al tempo stesso ambiscono anche ai valori più ricercati dai loro pari italiani, come il benessere, la libertà, l’amore. La scuola è l’istituzione più inclusiva, luogo di formazione delle amicizie per oltre l’83% dei giovani in tutti i gruppi, ma anche l’ambiente in cui il 30% dei giovani con background migratorio dichiara di aver subito trattamenti discriminatori, con il picco alle scuole medie. Le reti amicali dei figli di stranieri sono le più aperte, distribuite equamente tra italiani, coetanei di altre origini e connazionali, mentre gli italiani frequentano in larga misura solo altri italiani.

Per chi è nato in contesto migratorio la vera frattura – hanno sottolineato i ricercatori – emerge quando si passa dall’auto-percezione al riconoscimento esterno: molti si sentono italiani sul piano culturale e relazionale, ma non sono riconosciuti come tali dalla norma giuridica (quasi il 50% non possiede la cittadinanza italiana) e vengono percepiti come stranieri dalla società. Uno scarto che trasforma una risorsa in una fonte di tensione.

In questa società complessa, i “nuovi italiani” vivono la parrocchia, la moschea o il centro comunitario come “porti sicuri” dove la loro identità non è messa in discussione. Per loro la comunità religiosa non è solo luogo di culto, ma spazio di riconoscimento e protezione; la fede non è un retaggio del passato, ma una bussola per orientarsi nella complessità del presente. Essa in pratica funge da antidoto potente alla frammentazione identitaria e alla solitudine sociale, offrendo un quadro etico che stabilizza il percorso di crescita dell’adolescente.

In modo particolare, i giovanissimi “nuovi italiani” cattolici avvertono che la condivisione dello stesso credo abbatte le barriere nazionali e favorisce l’incontro con i coetanei autoctoni su un piano di parità: la parrocchia – come rimarcato anche dal cardinale Reina nel suo intervento conclusivo – è un prezioso canale di integrazione “dal basso” che accompagna una generazione capace di arricchire con i suoi valori una società che a volte appare stanca o priva di slancio ideale.

«Noi li chiamiamo ‘nuovi italiani’ – ha affermato il cardinale vicario – ma questi giovanissimi sono coloro che stanno contribuendo a rendere nuova l’Italia: li vediamo in parrocchia, a scuola, nelle piazze, e mostrano il volto bello del nostro Paese. Ci hanno insegnato che l’incontro non è difficile da realizzare, e loro lo fanno con spontaneità e semplicità. Sarebbe un ottimo risultato se cancellassimo dal vocabolario la parola “stranieri’” e utilizzassimo “amici”, perché così tutti noi ci sentiamo».

L’auspicio finale a livello sociale è un riconoscimento pieno delle identità composite di questi giovani, perché non appaiano come un problema burocratico da gestire ma come ciò che in realtà sono: una risorsa vitale di questo Paese.

9 maggio 2026

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