Sabato 9 Maggio 2026 13:05
Caracciolo: «”La pace è possibile” a patto di ripartire dal dialogo»


Il direttore e fondatore di Limes è intervenuto all'incontro conclusivo del corso di formazione promosso dal Centro missionario diocesano. Il direttore padre Albanese: «La parola chiave è "speranza"»
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La crisi degli Stati Uniti, «Paese ormai sull’orlo di una crisi di nervi sociale e istituzionale»; la sfida della tecnologia e in modo particolare dell’intelligenza artificiale; l’inedito “conflitto” aperto da Washington nei confronti di Papa Leone XIV, «un Papa americano che oggi scopriamo essere un americano Papa»; la guerra in Medio Oriente. È stata un’analisi antropologica, geopolitica e tecnologica quella offerta da Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista Limes, intervenuto questa mattina, sabato 9 aprile, all’incontro “La pace è possibile”, svoltosi nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense. Si è trattato dell’ultimo dei cinque appuntamenti del corso di formazione “La rivoluzione mondiale. Mappe, poteri, missione oggi: come orientarsi nel caos globale” promosso dal Centro missionario della diocesi di Roma, in collaborazione con Limes, e aperto il 10 gennaio proprio da Caracciolo.
A fare gli onori di casa il cardinale vicario della diocesi di Roma Baldo Reina, che nel suo saluto iniziale ha riflettuto che forse il tema della mattinata per molti più che un’affermazione si pone come quesito: la pace è possibile? Riprendendo quanto dichiarato nei giorni scorsi dal Papa, e cioè che la missione della Chiesa è quella di evangelizzare, il porporato ha rimarcato che compito di ogni cristiano è quello di «annunciare il Vangelo della pace, il desiderio di pace per questa umanità tormentata, poi se qualcuno vuole può attaccare e criticare. Senza paura e con molta fermezza affermiamo il valore della pace e affermiamo il valore della dignità di ogni persona».
Per padre Giulio Albanese, direttore del Centro missionario diocesano, la parola chiave è speranza, intesa come «forma di intelligenza del reale, come sguardo che tiene insieme realismo e apertura, analisi e immaginazione, consapevolezza dei limiti e fiducia nelle possibilità». Al termine di un corso di formazione che ha unito missione e geopolitica, «la sfida più importante – ha rimarcato – è imparare a leggere il mondo senza perdere la capacità di intravedere dentro le sue contraddizioni la possibilità di un futuro diverso. Questa è una responsabilità grande che dobbiamo assumerci».
Nel suo intervento a tutto tondo Caracciolo è partito da una premessa fondamentale: «La crisi della pace è innanzitutto una crisi del dialogo e della parola». Oggi, a causa di un «egocentrismo diffuso che paralizza», si è incapaci di comunicare. Incompatibilità che nascono all’interno delle grandi potenze. La riflessione si è quindi spostata sugli Stati Uniti, Paese attraversato da «una crisi interna» e da sempre «incapace di non essere in guerra anche se dal 1945 non vince una guerra e non riesce a chiuderne nessuna». Caracciolo si è quindi soffermato sugli attacchi scagliati da Trump nei confronti di Leone XIV ricordando che già in passato un presidente americano, nello specifico Bush Junior, in modo «molto più felpato era intervenuto rispetto a Giovanni Paolo II ai tempi della guerra in Iraq».
Il tycoon oggi interviene «in modo molto più brutale» perché si inserisce in una crisi d’identità interna al Paese a stelle e strisce, che «ha perso la fede non solo nel senso ampio del termine ma nell’avventura di sé stessa». Il timore di Washington, secondo Caracciolo, è che i soldati cattolici «non obbediscano al presidente ma obbediscano al Papa», specialmente dopo le parole dell’ordinario militare americano, l’arcivescovo Timothy Broglio, che nel gennaio scorso ha ribadito che i militari «non sono tenuti a obbedire a ordini illegali e immorali». Spostando lo sguardo sul Medio Oriente, poi, l’esperto di geopolitica ha osservato che «oggi Israele è entrato in una spirale di tipica guerra senza fine» perché ha «bisogno della guerra per stare insieme». Parallelamente c’è il ruolo che gioca la Turchia e che riguarda «direttamente» l’Italia, dato che il Mediterraneo sta diventando «un mare sempre più turco». In conclusione Caracciolo ha richiamato alla responsabilità di «riprendere in mano le parole come strumento di dialogo», per evitare il «rischio di essere governati dalle macchine».
9 maggio 2026
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