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Domenica 10 Maggio 2026 18:05

Under 16: vietato bere, ma liberi di impazzire online

Roma scopre improvvisamente che lasciare i figli degli altri nelle mani degli algoritmi forse non è stato un grande progetto educativo -

#il pungiglione
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L’Italia ha finalmente scoperto che TikTok non era un simpatico karaoke per ragazzini annoiati, ma una vera e propria centrale nucleare di dopamina con filtro bellezza. Ci sono voluti vent’anni, tre generazioni di zombie con il collo piegato sul telefono e qualche migliaio di adolescenti trasformati in cavie algoritmiche, ma alla fine il Parlamento si è svegliato. Più o meno.

Ora deputati e senatori parlano dei social come certi parenti parlano del crack nei film americani anni ’80: con lo sguardo grave e l’aria di chi ha appena scoperto che passare dieci ore al giorno a cercare like forse non produce equilibrio interiore e spirito francescano.

Nel frattempo i ragazzi hanno già manifestato ovunque. Negli Stati Uniti studenti e famiglie denunciano Meta, in Francia il governo corre ai ripari, in Australia alzano muri digitali, in Spagna parlano di limiti veri, e perfino Bruxelles, che normalmente impiega sei anni per decidere il diametro regolamentare di una zucchina, ha capito che gli algoritmi non sono benefattori sociali.

In Italia invece siamo ancora alla fase teatrale: commissioni, tavoli tecnici, osservatori permanenti, cabine di regia, task force e probabilmente presto anche un Festival della Notifica Consapevole patrocinato dalla Rai.

Eppure i casi gravi non mancano nemmeno qui. La tragedia recente della bambina di Palermo morta soffocata durante una folle sfida-gioco virale su TikTok aveva già mostrato quanto il confine tra gioco e follia algoritmica fosse diventato sottile, come la pazienza dei genitori.

Poi sono arrivati i disturbi alimentari amplificati da Instagram, il bullismo online organizzato in branchi, le crisi depressive alimentate da video compulsivi, l’isolamento sociale, gli attacchi d’ansia e i ragazzi che dormono quattro ore perché alle tre di notte devono sapere chi ha visualizzato una storia inutile.

Ma tranquilli: il Parlamento ha trovato una soluzione. Lo SPID. Naturalmente lo SPID. In Italia qualsiasi emergenza finisce sempre lì: moduli, autenticazioni e codici temporanei. Tra poco servirà la CIE persino per guardare un video di gattini rincitrulliti.

Le nuove proposte sono magnifiche. Vietiamo i social sotto i 13 anni. Come vietare il vino ai francesi o i motorini a Napoli. Poi obblighiamo le piattaforme a spiegare gli algoritmi, cioè obblighiamo a convincere multinazionali miliardarie a dire:
“Buonasera signora, rendiamo sua figlia dipendente per aumentare il tempo medio di permanenza sul sito online”. La politica italiana combatte i Big Tech, i giganteschi colossi tecnologici mondiali come Meta, Google, Apple, Amazon, TikTok e Microsoft, che controllano piattaforme digitali, social network, dati e comunicazione online, con la stessa energia con cui si combatte una zanzara sul terrazzo: molto rumore, qualche schiaffo a vuoto e nessun risultato.

Intanto gli adolescenti vivono dentro un luna park psichiatrico progettato da ingegneri comportamentali: video che non finiscono mai, notifiche notturne, filmati violenti e scioccanti, filtri estetici che trasformano ragazzi normalissimi in adolescenti convinti di essere del tutto sbagliati. E mentre mezzo mondo parla di salute mentale, da noi il dibattito finisce sempre nella solita farsa: destra contro sinistra, libertà contro censura, genitori contro scuola, scuola contro famiglie. E intanto TikTok ringrazia e monetizza.

La verità è brutale e nessuno vuole dirla davvero: i social moderni non vendono contenuti. Vendono attenzione umana trattata come bestiame. E gli adolescenti sono il mercato perfetto: fragili, insicuri, impulsivi e biologicamente incapaci di resistere a una macchina costruita per sedurli. Ma la politica italiana arriva sempre dopo il disastro. Come quelli che installano l’estintore quando il palazzo è già diventato un parcheggio vuoto.
Così oggi assistiamo alla grande recita nazionale: gli stessi adulti che hanno regalato ai figli uno schermo a tre anni per poter mangiare in pace al ristorante, ora fingono stupore davanti alla catastrofe digitale.
E mentre i parlamentari discutono di “maggiore età digitale” con la velocità di un modem del 1998, milioni di ragazzi continuano a crescere educati più dagli algoritmi che dagli esseri umani. Solo che gli algoritmi non hanno coscienza. Hanno inserzionisti. (Pier Francesco Corso)

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