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Martedì 12 Maggio 2026 10:05

Don Vecchione: «Fede e ragione devono sposarsi»



Il cappellano del primo ateneo romano racconta l’attività della cappellania, che il 14 maggio accoglie il Papa. «Grande attesa per Leone. Insopportabile vedere una gioventù che non arde»

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«La sera in cui abbiamo aperto le iscrizioni per assistere alla visita del Papa, si sono registrate 1.800 persone in poche ore: anche solo questo dato racconta che c’è una grande attesa». Don Gabriele Vecchione, 38 anni, è dal settembre 2025 il cappellano della Sapienza, la prima università della Capitale. «C’è molta curiosità per Leone XIV: parlerà di pace e penso che tutti lo ascolteranno. È vero che la Chiesa oggi non è l’interlocutore privilegiato che era un tempo, ma l’insegnamento del Papa è ascoltato perché è autorevole».

Insieme agli altri sacerdoti impegnati in questo servizio coordinato dall’Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato, don Gabriele racconta l’impegno messo in campo negli ultimi mesi per «risignificare la presenza di una chiesa all’interno di una università laica». Non possono mancare, dice, l’amministrazione dei sacramenti e l’iniziazione alla fede cristiana, con la Messa feriale alle 13.10 (in pausa pranzo) e la domenica alle 11, due catecumene, il gruppo dei cresimandi, le catechesi sui Dieci Comandamenti e gli incontri dei tanti gruppi associativi. E con «l’aspetto dell’ascolto, che occupa la maggior parte del nostro tempo perché i ragazzi vengono a confessarsi o anche solo a parlare».

In un ateneo è fondamentale l’alleanza fra fede e cultura: «Una fede che parli solo al cuore, non all’aspetto razionale, è una fede devozionista, troppo sentimentale, che non regge all’urto della secolarizzazione del ventunesimo secolo. Fede e ragione devono sposarsi, sono le due ali con cui lo spirito umano si eleva a Dio». Da qui l’impegno culturale con un festival di letteratura contemporanea (appena inaugurato), spettacoli teatrali e presentazioni di libri. E la riapertura, come aula studio per 200 studenti, dell’Auditorium esistente proprio sotto la cappella. È una fede che fa cultura e che si apre agli altri: «Questi studenti rischiano di diventare iper-competenti in sociologia, medicina, giurisprudenza, ma restare profondamente ignoranti della propria identità».

Ecco così le iniziative sulla cura di sé e dei più deboli: il mondo del carcere, il supporto agli studenti con borsa di studio provenienti da Gaza. Tutto, per risvegliare il cuore di questi giovani: «Oggi – ragiona don Gabriele – c’è un conformismo devastante, vedo tanti ragazzi spenti il cui massimo sogno è sistemarsi economicamente e dedicarsi al comfort. Io invece spero che abbiano a cuore i più deboli, che facciano qualcosa di rivoluzionario, che sognino in grande. I credenti secondo la loro fede. I non credenti lasciando comunque un segno. È insopportabile vedere una gioventù che non arde».

12 maggio 2026

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