Mercoledì 13 Maggio 2026 09:05
“Fedi recluse”, tra speranza e indifferenza


Presentata la ricerca che ha coinvolto diversi penitenziari. Padre Boldrin, cappellano a Rebibbia: «In carcere c'è l'incontro quotidiano tra cattolici, musulmani, ortodossi, evangelici, buddisti e non credenti. Si cerca un dialogo». Primo passo: «Il rispetto reciproco»
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Quello tra carcere e fede è un equilibrio instabile. Se alcuni detenuti si aggrappano al loro credo, fonte di speranza e strada per ritrovare sé stessi, altri usano la fede come erogatore di servizi o strumento per fare proselitismo. Un percorso complesso emerso ieri sera, martedì 12 maggio, nella sede dell’Istituto regionale di studi giuridici del Lazio “Arturo Carlo Jemolo”, durante la presentazione del volume “Fedi recluse” di Isabel Fanlo Cortés e Laura Scudieri. È frutto di una ricerca sociologico-giuridica coordinata da Doriano Saracino, Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale per la Regione Liguria. In due istituti di pena della Lombardia sono stati intervistati 70 detenuti, tra cui 12 donne, mentre nei penitenziari del Triveneto è stato sottoposto un questionario a 150 reclusi.
Padre Lucio Boldrin, cappellano del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, conosce bene queste dinamiche. Ha spiegato che nell’istituto romano «ci sono 1.700 detenuti. In passato erano la maggior parte italiani, adesso sono il 50%. Questo comporta l’incontro quotidiano tra cattolici, musulmani, ortodossi, evangelici, buddisti e non credenti. Si cerca un dialogo: innanzitutto il rispetto reciproco, che è l’elemento base, ma va verificato quanto sia possibile o meno fare un cammino di fede in carcere». Il sacerdote ha riflettuto che nell’ultimo decennio, così come è cambiata la società “fuori”, è cambiata la vita “dentro”. «La dimensione religiosa esterna si vive anche in carcere – ha affermato -. A tanti non interessa nulla, si cerca il sacerdote per i propri bisogni concreti e primari. Mi meraviglio sempre di più come tanti italiani, che vivono nelle nostre periferie, anche di Roma, abbiano una conoscenza religiosa pari a zero, non hanno neanche ricevuto il battesimo. C’è ignoranza totale». In questo scenario «il rischio di proselitismo è alto». Dal sacerdote anche un monito alle istituzioni e alla società civile. «Mi sembra che a questi ragazzi mettiamo delle camicie di forza – ha detto -. Cosa succederà quando le togliamo? Saranno migliori o peggiori? La mia paura è che, nonostante il nostro cammino religioso, molti ragazzi escano peggio di come sono arrivati».
La serata è stata introdotta da Stefano Anastasìa, Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, il quale ha esordito parlando delle difficoltà di condurre una ricerca scientifica in carcere. Le basi del lavoro sono state gettate nel 2018 ma «è stato necessario superare non solo l’ostacolo oggettivo della pandemia, ma anche una generale resistenza dell’amministrazione penitenziaria a lasciarsi attraversare dalla società civile esterna e, in modo particolare, dalla ricerca». In merito alla dimensione religiosa, ha osservato che questa «agisce su due fronti: da un lato è un motivo di ridefinizione identitaria del sé nell’esperienza della detenzione. Dall’altro rappresenta un modo per tenere dei legami dentro l’istituzione e con il mondo esterno».
Saracino ha invece riflettuto sul fatto che «il carcere favorisce l’incontro tra fedi diverse che all’esterno non avverrebbe». Ha evidenziato come «l’ascolto dei detenuti svela una realtà complessa dove la fede diventa spesso l’unico spazio di senso e incontro». Ha quindi posto l’accento sulla necessità di «un approccio “immersivo” per comprendere le dinamiche di un microcosmo segnato da risorse scarse, sovraffollamento e dal dramma dei suicidi. Il diritto alla religiosità è sì rispettato ma nella prassi è reso più difficile, a volte diventa una concessione». Gli ha fatto eco Silvia Marangoni della Comunità di Sant’Egidio, la quale ha spiegato che spesso «il diritto al culto non è considerato un diritto effettivo. Molti detenuti, soprattutto stranieri, ignorano di poter chiedere testi religiosi o incontri con i ministri di culto». Per le due autrici, che durante i lunghi mesi di lavoro hanno riscontrato come in carcere «il tema della religione smuova vissuti di grande sofferenza», c’è ancora «molto da fare sulle minoranze religiose e sulla dimensione religiosa in generale».
13 maggio 2026
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