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Lunedì 18 Maggio 2026 11:05

Terra Santa, il Custode: «L’opera più grande che possiamo fare è rimanere»



Padre Ielpo è intervenuto al Salone del Libro di Torino, in dialogo con Nello Scavo. «La grande sfida è vivere è testimoniare in una realtà così complessa e conflittuale una fraternità possibile»

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Articolata intorno al tema della “presenza” la testimonianza portata ieri, 17 maggio, dal Custode di Terra Santa padre Francesco Ielpo al XXXVIII Salone internazionale del Libro di Torino, intervenendo in dialogo con il giornalista Nello Scavo all’incontro “Sentinella, quanto resta della notte? – Sia pace in Terra Santa!”. «Forse l’opera più grande che possiamo fare è rimanere gettando il seme di una speranza più grande di noi», ha detto rispondendo alle domande di Andrea Avveduto, ricordando che «la Custodia abbraccia diversi Paesi con situazioni politiche e religiose diverse. Un conto è vivere in Cisgiordania, un altro è essere a Gaza o nel Sud del Libano, in Siria o a Cipro».

Nelle parole del Custode, «la grande sfida è vivere e testimoniare in una realtà così complessa, variegata e conflittuale una fraternità possibile». A destabilizzare, ha osservato, è l’insieme di «insicurezza, incertezza, smarrimento, mancanza di speranza. In questo contesto – ha continuato – vogliamo far percepire vicinanza, una prossimità». In realtà, ha precisato, «a me piace di più il termine “paternità”. Ad Aleppo come a Gerusalemme, a Betlemme come a Gerico, a Cipro come ad Amman, la nostra presenza vuol far sentire che in quei luoghi c’è qualcuno che è lì a testimoniare un amore più grande e che non ci si arrende». Questo, a partire dalla «custodia del nostro cuore, della nostra vita. Un cuore che non si lasci contaminare dall’odio, dal risentimento o, peggio ancora, dal vittimismo che nel tempo potrebbe trasformarti in carnefice».

Padre Ielpo ha sottolineato che «c’è una grande polarizzazione anche all’interno delle stesse comunità; ti chiedono “da che parte stai?”, perché, è il ragionamento diffuso, se non sei dalla mia parte sei mio nemico. E mantenere un cuore che non si lascia trascinare nella logica polarizzante è molto difficile, chiede una cura quotidiana». Diversa la posizione dei frati della Custodia. «Non facciamo politica, annunciamo il Vangelo – sono ancora le parole del francescano -. Non basta uno slogan o l’annuncio “Siamo per la pace”; non bastano neanche più le dichiarazioni delle religioni – ha ammonito -. Vorremmo dire al mondo che noi perdoniamo, che non ci interessa controbattere con lo stesso linguaggio di violenza e odio».

Ancora, «non basta che ci venga detto che verrà garantita una maggiore sicurezza», ha proseguito il Custode, che ha concluso parlando di speranza, che «ha a che fare con lo sguardo con cui osserviamo la realtà». Per spiegarsi meglio, ha ricordato di aver mostrato in diversi incontri negli ultimi anni una foto scattata ad Aleppo di palazzi distrutti e bruciati nei quali però restava un balcone illuminato. «La speranza è vedere il puntino bianco in mezzo a tutta quella distruzione». Ma «se non ha un germe nel presente, la speranza è semplice illusione», ha affermato.

Nell’analisi di Nello Scavo, «il lessico della guerra, fatto di armi, bombe, urla di chi scappa, copre il tentativo di chi prova a usare parole e a compiere gesti di pace». Oggi «è molto difficile capire qual è l’attuale situazione in Israele dove le cose cambiamo molto rapidamente. Il Paese sta attraversando una fase complicatissima che il 7 ottobre ha fatto deflagrare – ha osservato -. Viene dato per scontato che ci saranno elezioni anticipate». Ma a «complicare ulteriormente il quadro» c’è la crisi in Iran, «indefinita nella durata e nei piani». E poi «si espandono le colonie israeliane in Cisgiordania, oggi 270, con 770mila israeliani che si trovano in un posto nel quale non era previsto ci fossero». Il risultato è che «la violenza è diventata la regola, anche quella invisibile e quella che si trasmette con le parole – ha riferito l’inviato -. Molte persone si sentono estranee in luoghi in cui abitano da sempre. E chi contrasta con nonviolenza e pace gli attacchi subisce ostracismo e anche arresti».

Dal giornalista è arrivato l’invito a «non guardare in maniera confessionale» quello che succede perché «ciò che subiscono i cristiani è lo specchio di quello che avviene in generale». E il “peccato originale”, ha riflettuto, è quanto accaduto nel 2018, quando si è voluto «codificare con un atto “costituzionale” che Israele è Stato ebraico». Questo si è rivelato «un problema, perché ci sono ebrei non credenti, cristiani, musulmani e non solo» che vivono nel Paese e «questi gruppi si sentono esclusi in uno Stato così definito. Qualcuno – ha raccontato – si chiede: “Non è che vogliamo somigliare ad alcune teocrazie che vogliamo combattere?”».

Per Scavo è evidente che «la religione è usata come arma non convenzionale: “Ti combatto perché non sei dei miei”». Ma in questo contesto, e «in “un tempo in cui il diritto internazionale è calpestato, c’è chi suona una musica diversa da quella della violenza. Il nostro compito e anche la nostra responsabilità – ha concluso – è dare voce non solo alle vittime ma anche a chi sceglie di frapporsi disarmato tra carnefici e vittime».

18 maggio 2026

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