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Lunedì 18 Maggio 2026 09:05

La Comunità San Filippo Neri – E poi?, per «non lasciare indietro nessun ragazzo»



Inaugurata la struttura sull'Appia Antica, benedetta dal vicario Reina. Può accogliere fino a 17 giovani in condizioni di disagio. Con loro don Gabriele Vecchione, cappellano della Sapienza, e due famiglie. Il cardinale: «Piccolo segno per tutta la diocesi»

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Quando i giovani raccontavano le proprie ambizioni a Filippo Neri, il santo era solito incalzarli con la domanda “e poi?”, al fine di portarli a ragionare sul senso ultimo della vita, a volgere lo sguardo “oltre”. Oggi molti ragazzi sono smarriti, faticano a immaginare il proprio futuro. La
Comunità San Filippo Neri – E poi?
nasce proprio con l’intento di prendere per mano i più fragili, per essere casa, offrire calore, cura, attenzione, guida e amore, tipici di una famiglia, indicando il cammino per rispondere a quella domanda e «non lasciare indietro nessun ragazzo». Fondata da don Gabriele Vecchione, cappellano della Sapienza, e da tre famiglie, la struttura di via Capo di Bove 27, sull’Appia Antica, è stata benedetta sabato 16 maggio dal cardinale vicario Baldo Reina. Scoperta anche la targa che riporta il nome della Comunità e una frase della filosofa francese Nathalie Sarthou-Lajus: «Un educatore nutre sogni che non sono i suoi». Immersa nel verde, è di proprietà delle Missionarie della Scuola dell’Unione Santa Caterina da Siena, che l’hanno messa a disposizione in comodato d’uso.

comunità san filippo neri - e poi?, gabriele vecchione, baldo reina, 16 maggio 2026
comunità san filippo neri - e poi?, gabriele vecchione, 16 maggio 2026
La Comunità, in cui vivono don Gabriele e due famiglie, può accogliere fino a 17 giovani in condizioni di disagio, 11 ragazze e sei ragazzi, dai 18 ai 26 anni. Tutto è stato possibile, don Gabriele lo ha più volte rimarcato, anche grazie al sostegno del cardinale vicario. Quando nel novembre 2024 il sacerdote gli illustrò il progetto, Reina lo abbracciò e lo incoraggiò dicendogli che quella era la Chiesa che sognava. «Penso e spero di aver riportato, in quel momento, il sogno stesso di Dio – ha affermato il porporato -. Il Signore vuole che nessuno si perda e questa realtà racconta il Suo sogno che poco alla volta si va concretizzando».

comunità san filippo neri - e poi?, gabriele vecchione, baldo reina, 16 maggio 2026
La Messa presieduta dal vicario e la festa di inaugurazione si sarebbero dovute tenere nel giardino della struttura ma per le avverse condizioni meteorologiche sono state spostate rispettivamente nella cappella del Pontificio Seminario Romano Maggiore e nel quadriportico del Vicariato. Anche in questo il sacerdote e il cardinale hanno visto un segno della Provvidenza. «Che questa realtà ecclesiale prenda avvio in seminario, cuore della diocesi, è davvero un regalo straordinario», ha affermato Reina nell’omelia spiegando di essere rimasto molto colpito dalla domanda “e poi?” contenuta nel nome della Comunità. L’ha letta alla luce del Vangelo del giorno, in cui Gesù comunica ai suoi il ritorno al Padre. «E poi che succede? – le parole del vicario -. In quel “io torno al Padre” c’è un appello alla nostra responsabilità. Quest’opera può sembrare una piccola goccia rispetto ai grandi bisogni della nostra città, ma è la realizzazione visibile della responsabilità che avvertiamo come Chiesa di non limitarci a guardare i fenomeni che non funzionano, di non essere semplici osservatori di statistiche, di disagi, di povertà, di inquietudini».

La Comunità è «un piccolo segno per tutta la diocesi», è un luogo in cui si vogliono «stabilire legami di autentica fraternità», è un «segno che rimanda alla responsabilità di ognuno», ha riflettuto il porporato. Il cristiano non deve limitarsi ad ascoltare e meditare il Vangelo, ma è chiamato «a metterlo in pratica, a diventare Vangelo, a maturare la decisione che ci sono cose che spetta a lui fare come le sa fare – ha proseguito -. Siamo tutti bravi a puntare il dito nei confronti degli altri. Questa comunità spetta a noi farla, non ad altri».

comunità san filippo neri - e poi?, 16 maggio 2026
Alla Messa hanno partecipato numerosi giovani e famiglie. Tra i concelebranti, parroci, vice parroci, don Alessandro Caserio, direttore dell’ufficio amministrativo del Vicariato, e don Maurizio Mirilli, direttore della Pastorale universitaria. La Comunità, ha spiegato a margine don Gabriele, «nasce dal dolore, dal cuore spezzato di incontrare ragazzi senza desiderio, feriti. A un certo punto ti guardi allo specchio e rifletti che o fai qualcosa o sei solo un codardo che scappa. Abbiamo pregato, fatto discernimento, bussato a tutte le porte a cui dovevamo bussare. La diocesi di Roma ci ha supportato in tutto». La giornata tipo in Comunità è uguale a quella di molte famiglie: colazione insieme, poi ognuno si reca al lavoro o all’università, cena insieme e momento di preghiera comune. «Il lunedì c’è la dinamica di gruppo, venerdì sera pizza e film» aggiunge il sacerdote. Tra i fondatori i coniugi Silvia e Rodolfo, genitori di quattro figli. Silvia è morta a marzo per un male incurabile. Rodolfo e i figli oggi vivono nella struttura. «Silvia non ha mai smesso di crederci – le parole di don Gabriele -. La comunità esiste grazie alla sua tenacia, al suo amore, al suo cuore grande».

18 maggio 2026

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