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Lunedì 18 Maggio 2026 12:05

Il Vangelo e le fragilità tra le storie della Passione



"Vorrei che fossi qui", il libro di don Gabriele Vecchione, cappellano della Sapienza, incrocia le letture della Settimana Santa con le vite di anime "perse", di anime «lungo i bordi degli inferi»

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#cultura e società #fabio rosini #gabriele vecchione #vetrina #vorrei che fossi qui
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Ci sono storie che mettono all’angolo. Storie di passione che raccolgono i frutti del dolore sfociando in una sofferta redenzione e altre che si arrestano contro il muro di una solitudine disperata che non trova ascolto. Storie intrise di morte che non riescono a fare i conti con la vita. Storie di piaghe e di crepe apparentemente insanabili. Eppure è attraverso queste piaghe e queste crepe che può passare la luce del Vangelo, a volte guidata da un inatteso samaritano che non giudica ma sa camminare al fianco dei “feriti” dalla vita.

È tra queste pieghe, tra queste crepe, tra «storie sanguinanti di realtà» che scorre il racconto di don Gabriele Vecchione – il cappellano della Sapienza Università di Roma che giovedì scorso ha accolto il Papa nella sua visita al primo ateneo della città – nel suo libro “Vorrei che fossi qui”. Grido che implora al Padre e che si fa eco dell’urlo disperato di tanti schiacciati dalla solitudine. Come il titolo della celebre canzone dei Pink Floyd che evoca, la preferita da don Gabriele. «Pensi di poter distinguere il paradiso dall’inferno? Cieli blu dal dolore?». Quando non vi si riesce, si sprofonda nella tremenda consapevolezza di essere «solo anime perse che nuotano in una boccia per i pesci», cantavano Roger Waters e i suoi.

Il libro edito da Piemme (con la prefazione di don Fabio Rosini) è anche un racconto di “anime perse”, di anime «lungo i bordi degli inferi» e di anime che profumano di Vangelo, lungo le “variazioni sulla Settimana Santa” indicate nel sottotitolo. Il cuore del mistero cristiano è infatti il cuore del libro, frutto di un «appartarsi con le Scritture», e la rilettura della storia della Passione di Gesù attraversa anche le storie di coloro che sulle sue pagine trovano spazio e vita, comprese quelle che hanno rinunciato a dare alla vita l’ultima parola (il volume è dedicato alla memoria di tre ragazze, Eleonora, Valentina e Carlotta, di cui don Vecchione ha celebrato il funerale). Un percorso dalla Domenica delle Palme, fra i «figli ovunque dispersi», alla Pasqua, dove davanti al sepolcro vuoto si coglie che «si supera solo ciò che si attraversa», fino alla Domenica in Albis, dove l’impegno è a camminare da redenti «per la strada delle proprie ferite», consapevoli che «a un certo punto si volgeranno in benedizione, perché un giorno serviranno a far felice qualcuno».

In realtà c’è anche un “dopo”, un epilogo. Se Giorgio Gaber avrebbe laicamente detto che bisognerebbe «smettere di sentirsi vittime delle madri, dei padri, dei figli, mariti, mogli… smettere di sentirsi vittime del denaro, del destino del lavoro, e persino della politica», don Vecchione – che nell’introduzione si mette a nudo raccontando la sua adolescenza, tra The Passion di Mel Gibson e le parole di Leonard Cohen – guida il lettore a quel sano “dubbio” «se al termine o anche dentro a tutto il nostro dolore ci fosse del “risus paschalis”, se potessimo finalmente capire, se potessimo riabbracciare chi abbiamo perso e provare un’immane tenerezza per noi stessi». Perché se Cristo «non nascose mai le sue lacrime», come scrisse Chesterton (riportato in conclusione), «nascose qualche cosa… qualcosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse a noi quando Egli camminava sulla terra: e io qualche volta ho immaginato che fosse la sua allegria».

18 maggio 2026

 

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