Martedì 19 Maggio 2026 13:05
Sicari e la poesia come avventura spirituale


I suoi versi, compresi nella raccolta "Tutte le poesie", trattengono a stento la frenesia interiore di un sentimento vitale incompiuto, all’inesausta ricerca di una speranza di salvezza invocata
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Giovanna Sicari ci lasciò la notte tra il 30 e 31 dicembre 2003, poco prima di compiere cinquant’anni. Era nata a Taranto ma la sua famiglia si trasferì presto a Roma, che diventò per lei una seconda radice. Poetessa legata al sangue profondo del Novecento, dall’accensione pascoliana (“Il giorno fu pieno di lampi”) alla furente elaborazione di Pier Paolo Pasolini fino all’inquietudine amara di Amelia Rosselli, i suoi versi, compresi nella raccolta complessiva Tutte le poesie (Interno poesia, 2026), a cura di Milo De Angelis, il marito, e Sara Vergani, trattengono a stento la frenesia interiore di un sentimento vitale strozzato e incompiuto, all’inesausta ricerca di una speranza di salvezza invocata: «C’è qualcosa di buono in noi / che si chiama Dio questo preghiamo che venga / quando dolcezza e meta sono corpi / malate carcasse che non vedono quel bambino / che picchia la palla con l’energia divina» (“Nudo e misero trionfi l’umano”, 1998).
Per chi conobbe Giovanna e non può dimenticare il suo ultimo sorriso dei mesi finali, incorniciato sotto il colbacco che amava indossare quando spingeva, fra piazza Vittorio e via Merulana, la carrozzina del figlio Daniele, questo volume riassuntivo, che aggiorna il precedente uscito vent’anni fa nelle edizioni Empiria a cura di Roberto Deidier, con l’inserimento di alcuni importanti inediti composti nei mesi cruciali antecedenti alla precoce scomparsa, è un grande regalo perché consente di rievocare un’avventura spirituale fra le più autentiche dei nostri tempi.
Chi invece non conoscesse la sua figura ha adesso la possibilità di farlo in modo completo, potendone apprezzare il percorso lirico nella risacca dell’immagine logica dove l’Urbe imperitura emerge potente alla maniera di un fondale dirupato eppure memorabile, come nel ricordo del primo arrivo nella capitale: «Lì ho visto mio padre per sempre: / Villa Sciarra 1962, inverno segreto / sole velato o pioggia di maggio / verdi panchine care sciupate…» (“Roma della vigilia”, 1999).
«Non pentitevi mai del bene che fate», esortava Alioscia nei Fratelli Karamazov richiamati da Giovanna Sicari, che insegnò dodici lunghi anni nel carcere di Rebibbia e tenne costantemente davanti a sé come un’insegna spettrale il rapporto indissolubile fra il chiarore e le tenebre, la vita e la morte, l’azione virtuosa e quella infame. In alcune liriche composte prima di morire tornano come schegge alcune citazioni evangeliche: «Tutte le cose che chiamiamo / colpa e peccato / nessuno è buono / se riesci vendi tutto quello che hai» (29 novembre 2003). Del resto, già in La moneta di Caronte, un’antologia poetica da lei curata per Spirali nel 1993, aveva chiuso così la sua introduzione: «Il senso d’inutilità che invade ogni aspetto dell’esistente si dirige verso un punto in cui Dio e l’essere s’incontrano in un buio che dà tuttavia il brivido della luminosità e insieme del pensiero».
19 maggio 2026
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