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Giovedì 21 Maggio 2026 09:05

Pace e guerra: il ruolo della politica e quello della Chiesa



Alla Gregoriana il confronto tra il presidente Cei Zuppi e il giurista Zagrebelsky su "Giustizia, verità e pace in un mondo diviso». «Ogni volta che c’è una guerra, la prima sconfitta è la verità»

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L’Aula magna della Pontificia Università Gregoriana ha ospitato ieri, mercoledì 20 maggio, un dialogo tra il cardinale presidente della Cei Matteo Maria Zuppi, il giurista Gustavo Zagrebelsky, professore emerito della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino, e il professore gesuita Martín María Morales, direttore dell’Archivio Storico della Gregoriana, che ha organizzato l’evento. Il tema del dibattito era “Giustizia, verità e pace in un mondo diviso”.

Nell’occasione, sono stati esposti nell’ateneo due preziose testimonianze provenienti dal fondo di san Roberto Bellarmino: il codice autografo del suo commento al Salmo 84 (85) – dove «giustizia e pace si baceranno» – e un volume delle sue Controversie. Questi documenti, come ha spiegato Morales, nati in un’Europa già lacerata dalle divisioni confessionali, nella quale la cristianità doveva ormai essere argomentata e motivata, ci interrogano oggi su cosa significhi realmente il «ritorno del passato» e come la memoria storica possa essere riusata, talvolta per sacralizzare la violenza, talvolta per costruire nuovi sentieri di dialogo.

«Pace e guerra le consideriamo due facce della stessa medaglia. I realisti, che sostengono i governi guerrafondai, dicono che la storia è fatta di guerre continue. Ma questo ci impedisce di pensare che invece la pace sia la condizione normale e quindi di lavorare contro la guerra? È ovvio che non raggiungeremo mai l’obiettivo ma questo non rende insensato cercare di avvicinarci», ha affermato Zagrebelsky. Partendo dal discorso di Gesù riportato nel capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, il costituzionalista ha citato Kant: «La guerra è l’appetito dei potenti. Però il problema non può essere affrontato in astratto ma nelle cause che portano a uno dei tanti tipi di conflitto. Anche la verità è legata al tema della pace. Ogni volta che c’è una guerra, la prima sconfitta è la verità, perché la guerra è menzogna: si vuol far passare l’idea che sia giusta, legale, voluta da Dio».

Zagrebelsky ha sottolineato il passaggio da una guerra santa a un giusta, di difesa, a una legale, regolata dal diritto internazionale. «Che tuttavia sottintende l’idea che ci siano guerre giuste. Ci chiediamo se è ancora così. Dovremmo fare un passo ulteriore, dire che la guerra è sempre ingiusta, inammissibile. È lecito l’aiuto a Paesi che sono in guerra senza entrare direttamente nel conflitto? Mi sia consentito in questa sede di dire che sono gesuitismi. La guerra è vietata di per sé. Bisogna opporsi alla violenza altrui senza alimentare nuove violenze».

Ancora, il giurista ha contestato il motto “si vis pacem para bellum”: una «formula guerrafondaia, che apre una corsa infinita a riempire la terra di armi, una casa di dinamite che può saltare in aria in ogni momento. La corsa si basa sul presupposto che l’avversario sia una persona razionale. Guardiamoci intorno: chi accumula armi prima o poi le usa, se non altro perché non sa dove stoccarle ed è il modo di proseguire nella tecnologia bellica». Infine, sottolineando che c’è chi la guerra la fa fare e chi la fa, il massimo dell’ineguaglianza tra chi non mette in gioco la propria vita e chiede agli altri di farlo, Zagrebelsky ha affermato che «se ci guardiamo attorno, il mondo mi appare in fermento. Bisogna trovare il modo di mettere insieme questi fermenti che ci facciano uscire da questo stato di depressione, di rinuncia, e battersi per la giustizia».

Il cardinale Zuppi gli ha fatto eco con una considerazione «che mi angustia: noi non lasciamo il mondo migliore di come l’abbiamo trovato. Perché? È possibile cambiare? Ci sono gli ideologizzati, gli addormentati, le liti nella Chiesa, ma bisogna fare pace, altrimenti c’è la guerra. Non è un discorso accademico ma uno di quei tornanti su cui c’è un giudizio della storia, non solo per i credenti: ma voi dove stavate? Noi avevamo un sistema difensivo che ci ha aiutato a pensare che la pace fosse stabile, ma ai nostri figli lasciamo solo una tregua. E chi usciva dalla II guerra mondiale voleva la pace, non la tregua. Dall’atteggiamento morale del ripudio della guerra siamo tornati al “si vis pacem…”».

Il porporato ha insistito sul fatto che «la memoria dei nostri genitori non era la vendetta, era la memoria consapevole di dire: “Non deve più succedere”. Hanno costruito il futuro, dove non ci doveva essere più guerra, in cui non si era più senza o contro ma insieme e per gli altri. Occorre costruire architetture: un diritto di pace». Zuppi ha anche sottolineato la crisi degli organismi sovranazionali: «Non abbiamo fatto manutenzione e quel poco che c’era è stato rimesso in discussione; rimane la logica della forza. Ho molta speranza, il Giubileo ce l’ha ricordato. La speranza affronta i problemi». Dura, poi la critica al sovranismo che giustifica l’isolamento e il riarmo: «I cristiani hanno fatto l’Europa, il nazionalismo ha distrutto la patria. C’è molto veleno in giro. Poi – ha ammesso – c’è il problema di cosa fa l’Europa nel mondo».

Un passaggio è stato dedicato al concetto di “disarmato e disarmante” proposto da Papa Leone: «Parecchi non ci credono. Invece non è solo un auspicio, è una scelta da cui trarre conseguenze di visione, impegno, strategia. È vero che le parole non bastano, ma se possono accendere la guerra, possono anche accendere la pace». Zuppi ha fatto anche riferimento alla necessità della «giustizia per non preparare un’altra guerra»; alla verità, che «non può essere la memoria dell’odio ma se la cancelliamo o la strumentalizziamo può giustificare ancora di più la violenza»; all’importanza della sicurezza, che non deve essere «contro» ma «con» l’altro, altrimenti «la guerra diventa un assoluto dalle conseguenze drammatiche. Tutto questo è un impegno non solo cristiano ma di quell’umanesimo che non possiamo disperdere».

Infine, entrambi i relatori hanno riflettuto sul ruolo della politica. Zagrebelsky ha ribadito che «tra pace e guerra non c’è mediazione. Bisogna schierarsi. Serve un grande lavoro prima di tutto culturale, per dire che la forza da sola non è mai legittima», non risparmiando una velata critica alla Chiesa alla quale Zuppi ha risposto che «la Chiesa non è neutrale. È schierata con la pace. E il Papa ci ha invitato a che le parrocchie siano case di pace e di non violenza per comporre conflitti». In conclusione, ha ricordato l’importanza dell’educazione per creare una cultura che offra opportunità reali di pace.

21 maggio 2026

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