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Venerdì 22 Maggio 2026 20:05

Jacopo Coghe: ho incontrato la famiglia nel bosco e temo per me

"I servizi sociali potrebbero venire a casa mia e togliermi i figli" - Appello per portare a centomila le firme nella petizione per liberare i tre bambini -

#giustizia
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Riceviamo e pubblichiamo la seguente e-mail, di cui condividiamo ogni parola, inviataci da Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita e Famiglia, che ha visitato la “famiglia nel bosco” per portare solidarietà e un volume che raccoglie le 80mila firme di adesione alla petizione per mettere fine al sequestro dei tre bambini di Nathan e Catherine.

“Sto tornando a Roma. E ci sto tornando cambiato. Ho il cuore pieno di pensieri e domande. Come è stato possibile tutto questo… Fuori dal finestrino scorrono alberi, montagne, nuvole. Ogni tanto abbasso lo sguardo sul cellulare, perché voglio scriverti questa mail a caldo.

“Prima che il tempo raffreddi le emozioni che ho provato. Ma non potrò mai dimenticare niente. Gli occhi lucidi, la voce spezzata, i gesti incerti. Ho incontrato Nathan e Catherine, i genitori della Famiglia nel Bosco. In questa mail ti racconto com’è andata. E la promessa con cui ci siamo lasciati. Li ho incontrati nella loro casetta a Palmoli. Quella che alcuni considerano il luogo di un delitto. Ma è un luogo che parla solo di amore. Un amore forse un po’ eccentrico. Ma del tutto innocuo. Mai un abuso, mai una violenza. Un piccolo angolo di paradiso.

“Ho accarezzato il cavallo visto tante volte in tv coi bimbi in groppa. Ora è lì, legato a un albero. Sembra triste anche lui. Tutto qui è triste senza le risa dei bambini. Persino gli alberi sembrano ammutoliti. Immobili come orologi rotti, che segnano ancora l’ora, il minuto e il secondo in cui è successo. In cui sono venuti a prelevare i bambini. A strapparli dalla loro quotidianità. Per motivi ancora del tutto oscuri.

“Oggi sono sei mesi esatti da quel giorno. Ma perché sono andato a trovare la Famiglia nel Bosco? Potrei dirti solo per consegnare le oltre 80.000 firme raccolte da Pro Vita & Famiglia per chiedere alle autorità giudiziarie di riunire subito la famiglia. Ma non ti direi tutta la verità. È vero, questo era il primo obiettivo della mia missione e l’ho portato a termine.

“Incontrare Nathan e Catherine è stata un’emozione molto forte. Sono mesi che ci battiamo per loro. E ieri, per me, questa battaglia si è fatta carne, per così dire. Gli ho consegnato un volume di oltre 2 kg. Più di 500 pagine di firme. Più di 80.000 nomi e cognomi da tutta Italia.

“Ed ecco il secondo motivo per cui ero lì. Portare a Nathan e Catherine la nostra personale solidarietà per ciò che stanno subendo. Il nostro incoraggiamento a non mollare. Gli ho portato l’abbraccio della nostra grande famiglia di nonni, padri, madri, giovani. Tutta Pro Vita & Famiglia. Tutti stretti a loro. Tutti sconvolti dalla loro storia. La storia di una famiglia spaccata, distrutta, solo per l’indirizzo educativo scelto dai genitori.

“Tre bimbi sani e felici strappati all’abbraccio del loro papà e della loro mamma. Un padre e una madre forse un po’ eccentrici ma del tutto amorevoli e innocui trattati come criminali. Ma c’è un terzo motivo per cui ero lì.

“Io sono un padre di 6 figli. E confesso: anche io educo i miei figli in modo ‘non convenzionale’. Certo, non vivo nei boschi. Non abbiamo asini, cavalli e paperelle. Abbiamo l’acqua corrente e i principali elettrodomestici. Ma non è questo il punto.

“Quei bambini non sono stati tolti a Nathan e Catherine per problemi ‘materiali’. Se fosse stato per quello, la situazione si poteva risolvere in ben altro modo. No, questa storia non riguarda i beni familiari. Questa storia riguarda i valori familiari. E il diritto dei genitori di trasmetterli ai figli.

“Viviamo in una società fortemente ideologizzata. Il politicamente corretto detta legge. Usi, costumi, abitudini. Educazione. Chi non si allinea, la paga cara. Ma se la Famiglia nel Bosco è colpevole, allora lo sono anche io. Mi autodenuncio, qui e ora. Insegno ai miei figli che la vita è sacra. Sempre, fin dal concepimento. Insegno ai miei figli che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Insegno ai miei figli che i bambini hanno diritto a mamma e papà e non genitore 1 e genitore 2. Insegno ai miei figli che chi nasce maschio, resta maschio. E chi nasce femmina, resta femmina. E tanti saluti all’ideologia gender! Gli insegno – soprattutto – che Dio esiste, che è un Padre buono ma anche un Giudice giusto. Sicuramente, più giusto dei giudici italiani.

“Rischio anche io? I servizi sociali potrebbero venire a casa mia e togliermi i figli, a causa dei nostri valori? È quello che mi sto chiedendo ora, in auto, di ritorno a Roma dopo aver incontrato la Famiglia nel Bosco. Non so che cosa rispondermi. Il clima è oggettivamente preoccupante. Ma so che ieri ho incontrato un papà e una mamma a cui è successo davvero. E che da 180 giorni esatti non vivono più coi loro tre bambini. Uno strazio immenso. Una ferita che difficilmente potrà ricucirsi.

“Li ho lasciati con una promessa. Gli ho promesso che non smetteremo di batterci per loro. Di chiedere al Governo di andare fino in fondo con gli ispettori inviati al Tribunale dei Minori. Di chiedere ai giudici di riunire la Famiglia nel Bosco e sanare questa ingiustizia così meschina.

“Poi, lo ammetto, ho gettato il cuore oltre l’ostacolo. Gli ho promesso che avremmo raggiunto, per loro, le 100.000 firme alla nostra petizione. Nessuna petizione ha mai raggiunto questa cifra. Ma io sono certo che ci sono decine di migliaia di italiani che vorrebbero firmare. E dare il loro abbraccio simbolico a Nathan e Catherine. Possiamo raggiungere 100.000 firme solo se firma anche chi fino ad oggi non l’ha fatto.

“Non sono solo firme. Sono persone in carne e ossa, come te e me, che mandano un messaggio all’Italia. Noi non ci scordiamo di loro. Fate giustizia. Riuniteli. Ora”.

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