Lunedì 25 Maggio 2026 11:05
Metropolitane: il Governo taglia i fondi al trasporto pubblico e finanzia le auto
Il prezzo della benzina cala di cinque centesimi. Quello del gasolio di dieci. Una misura che il Governo ha rivendicato come intervento a sostegno di famiglie e imprese, resa possibile dal Decreto-Legge n. 89 del 22 maggio 2026. Peccato che, per trovare le coperture, si sia deciso di andare a prendere soldi praticamente ovunque e indistintamente, anche dal Fondo Unico per il potenziamento delle reti metropolitane e del trasporto rapido di massa. Parliamo di 145 milioni di euro sottratti al trasporto pubblico: 65 milioni nel 2026 e altri 80 nel 2027. E già questo dovrebbe bastare a far discutere. Perché finanziare benzina e gasolio tagliando il trasporto pubblico significa continuare ad alimentare esattamente il problema che si dovrebbe risolvere. Se le città restano dipendenti dall’automobile privata, resteranno inevitabilmente dipendenti anche dai carburanti fossili e dai mercati internazionali che li producono. È un cane che si morde la coda: si riduce il costo dell’auto oggi, ma si indebolisce l’alternativa che potrebbe renderla meno necessaria domani. Il punto più grave, forse, non è neanche questo il taglio in sé. È il metodo con cui è stato fatto. Il Fondo Unico, istituito dal DL 95/2025, prevedeva infatti un meccanismo preciso per il recupero delle risorse non impegnate. Un meccanismo che, almeno sulla carta, aveva una logica di trasparenza e gradualità. Se un ente non perfezionava entro il 31 dicembre 2025 un’obbligazione giuridicamente vincolante, le somme sarebbero confluite in una sezione speciale del fondo. Solo successivamente il MEF avrebbe potuto avviare le operazioni contabili per liberarle, con verifiche del MIT e con la possibilità di definanziamenti strutturali a partire dal 2027. Insomma: un percorso codificato, con controlli, scadenze e soprattutto con la possibilità di capire quali opere fossero effettivamente in ritardo e perché. Qui invece no. Il taglio alla fine è arrivato direttamente per legge, senza il percorso ordinario previsto dal Fondo Unico, senza alcuna indicazione chiara sulle opere coinvolte: un semplice disimpegno generalizzato disposto dal legislatore. Ed è qui che nasce il problema politico e amministrativo più serio, ovvero che nessuno sa davvero quali interventi abbiano perso copertura finanziaria. Il Fondo Unico finanzia opere strategiche in tutta Italia: metropolitane, metrotranvie e sistemi di trasporto rapido di massa a Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Brescia, Palermo. Sottrarre 145 milioni senza indicare esplicitamente da dove vengano presi significa lasciare amministrazioni locali, progettisti e cittadini in una zona grigia. Quale cantiere rallenterà? Quale amministrazione dovrà trovare risorse alternative? Quale convenzione MIT-ente locale rischia di restare senza copertura? Domande che oggi non hanno risposta. E Roma, inevitabilmente, deve guardare a questa vicenda con particolare preoccupazione. La Linea C ha subito tra il 2025 e il 2026 definanziamenti per oltre 475 milioni di euro: prima i 425 milioni della manovra 2025, poi i 50 milioni sottratti con la legge di bilancio 2026, sanati solamente a posteriori con l’intervento parlamentare e, addirittura, della Regione Lazio. Dentro il fondo tagliato, oltre alla linea C e altre opere romane, c’è anche la Termini-Tor Vergata, la linea G, l’unica davvero esposta a causa della mancanza di un’obbligazione giuridicamente vincolante. Il punto è che ormai sembra essersi consolidato un vero e proprio vizio di metodo. Da mesi il Governo procede con recuperi forzati delle risorse non impegnate, applicando una logica quasi automatica: ciò che non è stato formalmente impegnato entro una certa data può essere ripreso e riallocato altrove. In teoria, il principio potrebbe anche avere una sua razionalità. In pratica, però, rischia di diventare devastante quando viene applicato indistintamente a opere infrastrutturali complesse. Perché un’infrastruttura non è una fornitura di cancelleria. Le grandi opere di trasporto rapido di massa richiedono anni di progettazione, verifiche archeologiche, approvazioni ambientali, conferenze dei servizi, aggiornamenti economici e procedure autorizzative spesso lunghissime. Applicare rigidamente la logica del “non hai impegnato entro la data, ti tolgo i soldi” significa colpire proprio le città che stanno tentando di investire di più nella mobilità sostenibile. Peggio ancora se questo avviene senza neppure il livello minimo di trasparenza previsto dalle norme originarie del fondo. Ed è per questo che oggi il Governo dovrebbe chiarire immediatamente alcuni punti fondamentali. Quali opere sono state concretamente definanziate da questo taglio da 145 milioni? Il definanziamento deriva davvero dal mancato perfezionamento delle obbligazioni previste dal DL 95/2025 oppure si tratta semplicemente di una scelta di bilancio fatta per reperire rapidamente risorse? Esiste un piano di rifinanziamento futuro oppure siamo davanti a una riduzione strutturale? Roma è stata coinvolta? E in quale misura? Speriamo comunque che, in sede parlamentare, ancora una volta, si riesca a sanare questa assurdità.
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Il prezzo della benzina cala di cinque centesimi. Quello del gasolio di dieci. Una misura che il Governo ha rivendicato come intervento a sostegno di famiglie e imprese, resa possibile dal Decreto-Legge n. 89 del 22 maggio 2026. Peccato che, per trovare le coperture, si sia deciso di andare a prendere soldi praticamente ovunque e indistintamente, anche dal Fondo Unico per il potenziamento delle reti metropolitane e del trasporto rapido di massa.
Parliamo di 145 milioni di euro sottratti al trasporto pubblico: 65 milioni nel 2026 e altri 80 nel 2027.
E già questo dovrebbe bastare a far discutere. Perché finanziare benzina e gasolio tagliando il trasporto pubblico significa continuare ad alimentare esattamente il problema che si dovrebbe risolvere. Se le città restano dipendenti dall’automobile privata, resteranno inevitabilmente dipendenti anche dai carburanti fossili e dai mercati internazionali che li producono. È un cane che si morde la coda: si riduce il costo dell’auto oggi, ma si indebolisce l’alternativa che potrebbe renderla meno necessaria domani.
Il punto più grave, forse, non è neanche questo il taglio in sé. È il metodo con cui è stato fatto.
Il Fondo Unico, istituito dal DL 95/2025, prevedeva infatti un meccanismo preciso per il recupero delle risorse non impegnate. Un meccanismo che, almeno sulla carta,
aveva una logica di trasparenza e gradualità.
Se un ente non perfezionava entro il 31 dicembre 2025 un’obbligazione giuridicamente vincolante, le somme sarebbero confluite in una sezione speciale del fondo. Solo successivamente il MEF avrebbe potuto avviare le operazioni contabili per liberarle, con verifiche del MIT e con la possibilità di definanziamenti strutturali a partire dal 2027.Insomma: un percorso codificato, con controlli, scadenze e soprattutto con la possibilità di capire quali opere fossero effettivamente in ritardo e perché.
Qui invece no.
Il taglio alla fine è arrivato direttamente per legge, senza il percorso ordinario previsto dal Fondo Unico, senza alcuna indicazione chiara sulle opere coinvolte: un semplice disimpegno generalizzato disposto dal legislatore.
Ed è qui che nasce il problema politico e amministrativo più serio, ovvero che nessuno sa davvero quali interventi abbiano perso copertura finanziaria. Il Fondo Unico finanzia opere strategiche in tutta Italia: metropolitane, metrotranvie e sistemi di trasporto rapido di massa a Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Brescia, Palermo. Sottrarre 145 milioni senza indicare esplicitamente da dove vengano presi significa lasciare amministrazioni locali, progettisti e cittadini in una zona grigia.
Quale cantiere rallenterà?
Quale amministrazione dovrà trovare risorse alternative?
Quale convenzione MIT-ente locale rischia di restare senza copertura?
Quale amministrazione dovrà trovare risorse alternative?
Quale convenzione MIT-ente locale rischia di restare senza copertura?
Domande che oggi non hanno risposta. E Roma, inevitabilmente, deve guardare a questa vicenda con particolare preoccupazione.
La Linea C ha subito tra il 2025 e il 2026 definanziamenti per oltre 475 milioni di euro: prima i 425 milioni della manovra 2025, poi i 50 milioni sottratti con la legge di bilancio 2026, sanati solamente a posteriori con l’intervento parlamentare e, addirittura, della Regione Lazio. Dentro il fondo tagliato, oltre alla linea C e altre opere romane, c’è anche la Termini-Tor Vergata, la linea G, l’unica davvero esposta a causa della mancanza di un’obbligazione giuridicamente vincolante.
Il punto è che ormai sembra essersi consolidato un vero e proprio vizio di metodo.
Da mesi il Governo procede con recuperi forzati delle risorse non impegnate, applicando una logica quasi automatica: ciò che non è stato formalmente impegnato entro una certa data può essere ripreso e riallocato altrove. In teoria, il principio potrebbe anche avere una sua razionalità. In pratica, però, rischia di diventare devastante quando viene applicato indistintamente a opere infrastrutturali complesse.
Perché un’infrastruttura non è una fornitura di cancelleria.
Le grandi opere di trasporto rapido di massa richiedono anni di progettazione, verifiche archeologiche, approvazioni ambientali, conferenze dei servizi, aggiornamenti economici e procedure autorizzative spesso lunghissime. Applicare rigidamente la logica del “non hai impegnato entro la data, ti tolgo i soldi” significa colpire proprio le città che stanno tentando di investire di più nella mobilità sostenibile.
Peggio ancora se questo avviene senza neppure il livello minimo di trasparenza previsto dalle norme originarie del fondo. Ed è per questo che oggi il Governo dovrebbe chiarire immediatamente alcuni punti fondamentali.
Quali opere sono state concretamente definanziate da questo taglio da 145 milioni?
Il definanziamento deriva davvero dal mancato perfezionamento delle obbligazioni previste dal DL 95/2025 oppure si tratta semplicemente di una scelta di bilancio fatta per reperire rapidamente risorse?
Esiste un piano di rifinanziamento futuro oppure siamo davanti a una riduzione strutturale?
Roma è stata coinvolta? E in quale misura?
Il definanziamento deriva davvero dal mancato perfezionamento delle obbligazioni previste dal DL 95/2025 oppure si tratta semplicemente di una scelta di bilancio fatta per reperire rapidamente risorse?
Esiste un piano di rifinanziamento futuro oppure siamo davanti a una riduzione strutturale?
Roma è stata coinvolta? E in quale misura?
Speriamo comunque che, in sede parlamentare, ancora una volta, si riesca a sanare questa assurdità.
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