Martedì 26 Maggio 2026 13:05
Avati, il ballo e il mondo dell’infanzia


Nell'ultimo film del regista emiliano, il protagonista interpretato da Massimo Ghini scopre il dolore, esperienza fondamentale nella vicenda umana, che ci fa accorgere dell'altro
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Gianni Riccio è oggi un conduttore televisivo di successo. Eppure un giorno qualcosa va storto. Il fatto, anzi il fattaccio, accade durante un viaggio di lavoro tra Roma e Milano. La Guardia di Finanza lo arresta con l’accusa di corruzione e frode fiscale. Da questo episodio imprevisto prende il via Nel tepore del ballo, nuovo film di Pupi Avati nelle sale dal 30 aprile.
Giuseppe Avati, detto Pupi, nasce a Bologna il 3 novembre 1938. Il capoluogo emiliano è destinato a restare un punto fermo nella sua attività di regista. Dopo i film del suo esordio su grande schermo (Balsamus l’uomo di Satana, 1968; Thomas e gli indemoniati, 1970) inseriti in quella sorta di “giallo-horror” e di “gotico-padano” che sono stati a lungo tra le sue passioni giovanili, a partire dal 1975 Avati dà il via ad una filmografia che ad oggi conta 47 lungometraggi per il cinema più un numero non piccolo di lavori per la televisione: una materia ottima e abbondante, una fantasia sempre in movimento, difficile da tenere a freno, pur dimostrando attaccamento ad alcuni temi guida.
La sua terra, l’Emilia-Romagna in primo luogo, dove tutto è cominciato e tutto continua a succedere. Famiglia, amicizie, successi, vittorie e fallimenti ruotano intorno a questi territori pieni di ricchezza non solo materiale ma morale ed etica in un susseguirsi di uomini e donne, di persone belle e brutte, positive e negative che fanno talvolta venire brividi di gioia, talaltra producono una quotidianità difficile da accettare. Sul tema di oggi dice Avati che «volevo raccontare il backstage di un programma tv tra cattiveria e bontà».
Il protagonista interpretato da Ghini scopre il dolore, esperienza fondamentale nella vicenda umana: è il dolore infatti che ci fa accorgere dell’altro. Riccio è un uomo che nella difficoltà ritrova la voce della madre in un vecchio mangiacassette. La voce che esce da quell’antico strumento è probabilmente alla base del titolo del film, estremamente evocativo, che per Avati vuol dire aprire la porta su un mondo, quello della propria infanzia, mai veramente rimosso. Il tepore del ballo è come il punto finale di una favola bella e impossibile, luogo immaginario dove passato e presente ritrovano un inatteso momento d’incontro.
Avati riconosce che avendo realizzato tanti film, a fronte di alcuni venuti male, altri contengono il prezioso germe della testimonianza della verità. Ogni film diventa un passaggio di testimone da una fase all’altra della vita. E gli attori che di volta in volta il regista sceglie sono la proiezione dei sentimenti che Avati voleva esprimere. Qui, accanto a Massimo Ghini, che dà a Riccio «la bellezza dello sguardo in camera», c’è un gruppo di nomi di sicura affidabilità: Isabella Ferrari, Giuiana De Sio, Lina Sastri. Lunga vita al maestro Avati, e al prossimo film.
26 maggio 2026
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