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Mercoledì 27 Maggio 2026 11:05

Vietato essere romani

Di Lorenzo Bruno – Bisogna avere il coraggio di dirlo, Roma vietata (Ed. Humboldt)  è un libro scomodo. Non nel senso consueto, non disturba potenti, non svela scandali di romana fattura, non alza polveroni giudiziari. È scomodo perché ci chiede di guardare in faccia qualcosa che abbiamo smesso di vedere, convinti di averla superata: la […]

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Di Lorenzo Bruno – Bisogna avere il coraggio di dirlo, Roma vietata (Ed. Humboldt)  è un libro scomodo. Non nel senso consueto, non disturba potenti, non svela scandali di romana fattura, non alza polveroni giudiziari. È scomodo perché ci chiede di guardare in faccia qualcosa che abbiamo smesso di vedere, convinti di averla superata: la perdita di un rapporto fisico, carnale, quotidiano tra i romani e la propria città. Un rapporto che si chiamava confidenza, e che è andata perduta.

Stefano Ciavatta, giornalista di razza, e Luca Galofaro, architetto e curatore di peso, hanno costruito a quattro mani Roma Vietata con la precisione di chi sa che le fotografie, quando sono buone, non illustrano: testimoniano. E quelle di Enrico Blasi, pescate dal volume Le piazze di Roma di Cesare Jannoni Sebastianini del 1972, testo appartato ma utile, sono una testimonianza che oggi ha l’aria di un referto forense.
Macchine parcheggiate ai piedi del Campidoglio, lamiere a ridosso delle fontane, carrozzerie sotto le basiliche. 

Tutto quello che oggi ci scandalizza, allora era semplicemente vita.
Galofaro lo scrive con lucidità disarmante: quelle immagini, oggi, sono un paradosso visivo e non perché fossero uno scempio per gli occhi ma perché appartengono a un’altra condizione della città, a un’altra epoca.
Roma, che ne aveva viste di peggio e di meglio, accettava anche quello ed era giusto così, o almeno era naturale, che è una cosa diversa dal giusto, ma ugualmente vera.

Il libro non è nostalgia, precisa Ciavatta.
Ha ragione, anche se il lettore romano di una certa età, quello che ricorda piazza Navona percorribile in auto, o piazza San Pietro come snodo praticabile, sentirà qualcosa stringersi nello stomaco.
Non è rimpianto per le lamiere che citavamo qualche riga fa: nessuno vuole davvero le auto sotto la Minerva. È rimpianto per quella città aperta e disponibile, in cui raggiungere il cuore dell’Urbe era un diritto, non un reato da scontare con permessi, pass, deroghe e ZTL.
Era un bisogno naturale, familiare, non una colpa.

Il paradosso che governa il volume è anche il più onesto: per capire dove Roma potrebbe andare domani, dobbiamo fare i conti con quello che ha perso volgendo il nostro sguardo all’indietro. Non per restaurare il passato, attenzione, sarebbe un’operazione anacronistica e inutile ma per interrogarsi su cosa sia rimasto dell’elastico urbano che teneva insieme Roma moderna e Roma storica, dal Novecento all’era delle piazzole pedonali e della smart city.
La risposta, tra le righe, è inquietante: forse poco. Troppo poco.

Ciavatta evoca William Klein, il fotografo americano che circa quindici anni prima di Blasi aveva già detto, attraverso le sue immagini, che si poteva irrompere in velocità anche davanti a quel fondale secolare, che la città storica non era una scenografia intoccabile ma uno spazio da abitare, percorrere, attraversare.
Poco importa se il fotografo di New York aveva davvero questa consapevolezza o gliela stiamo attribuendo noi adesso con il senno del poi.
Klein aveva intuito che la città non era un museo a cielo aperto ma un organismo vivo, continuamente attraversato, quotidianamente vissuto.

Oggi quell’organismo è stato,  in parte volontariamente, in parte per necessità, sterilizzato. I turisti si muovono su percorsi prestabiliti, convinti di abitare un fondale di cartolina.
I romani stanno, come scrive Ciavatta con immagine feroce e precisa, sul fondo dell’overtourism come chi è arrivato dopo e non ha più voce in capitolo; ultimi nelle priorità di una città che dovrebbe essere la loro.

Eppure nessuno desidera Roma più di chi ci vive.
Questo il libro lo dice con forza, ed  ha ragione.

Roma Vietata si legge in un pomeriggio, ma resta addosso molto più a lungo.
È un libro di urbanistica travestito da libro di fotografia, o forse il contrario, è l’ennesimo quesito che non ha motivo di essere sciolto.
È un atto d’amore per una città che si lascia amare solo a condizione di capirne le ferite.
E questa, la libertà di movimento perduta, il diritto di arrivare sotto le proprie pietre, è una ferita aperta che le ZTL non hanno rimarginato: hanno “solo” convinto i romani che fosse normale non poterci più andare.

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