Mercoledì 27 Maggio 2026 18:05
Chiostro di Sant’Onofrio presso l’omonima Chiesa e storia del santo
Il nome “Onofrio” ha origini egizie e significa “colui che è sempre felice”. Un appellativo che veniva dato ad Osiride. Sant’Onofrio (IV secolo) è stato un celebre eremita, noto come il “prodigio del deserto”. Visse in totale solitudine nutrendosi solo di erbe e di pane portatogli da un angelo. La sua storia è legata all’ascesi [...]
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Chiostro di Sant’Onofrio presso l’omonima Chiesa e storia del santo
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Sant’Onofrio (IV secolo) è stato un celebre eremita, noto come il “prodigio del deserto”. Visse in totale solitudine nutrendosi solo di erbe e di pane portatogli da un angelo. La sua storia è legata all’ascesi e al misticismo.
Secondo la tradizione, Onofrio o Honofrio, nacque in Persia ed era figlio di un re, anche se storicamente risulta essere stato un asceta della zona egiziana di Tebe.
La leggenda racconta che un demone, circuendo il re, attribuì la maternità ad un tradimento coniugale della regina. Così, per dimostrare l’infondatezza dell’accusa, il bimbo fu sottoposto alla prova del fuoco, dalla quale uscì completamente indenne, dimostrando l’inganno del demone.
Onofrio decise giovanissimo di abbandonare gli agi della vita di corte per dedicarsi a quella monastica ed eremitica, ritirandosi nel deserto.
Fu Pafnuzio o Panunzio che ne scrisse la storia.
Nell’arte sacra, Sant’Onofrio è quasi sempre raffigurato come un uomo selvaggio, irsuto, con la lunga barba e coperto solo dai propri capelli. Spesso è accompagnato da un angelo che gli porta un’ostia e un calice, simboli della Comunione; si aggiunge a questi un teschio, simbolo di penitenza e memento mori; poi un cammello o un leone, entrambi simboli della natura e del deserto.




È molto venerato sia in Oriente che in Occidente, il suo culto si diffuse al tempo delle Crociate. In molte tradizioni popolari, come in Sicilia, dove è conosciuto come il santo peloso (Sant’Onofrio u pilusu). È invocato dalle donne in cerca di marito, da chi ha problemi di studio o da chi cerca oggetti smarriti.
Qui a Roma, nel chiostro della chiesa a lui dedicata, è raffigurata tutta la sua storia, dal suo concepimento all’Ascensione. In poco meno di trenta lunette dipinte, Giuseppe Cesari, più noto come il Cavalier d’Arpino, in prossimità del Giubileo del 1600, venne incaricato di realizzare quest’opera ancora molto bella e ben conservata.
Le lunette del chiostro che raffigurano le scene di vita del santo, sono tutte accompagnate da didascalie scritte in latino sul lato sinistro, in italiano seicentesco su quello destro. Così che ogni scena risulti facilmente comprensibile.
La storia va seguita in senso antiorario: entrando nel chiostro si parte dunque dalla parete di destra, seguendo tutto il perimetro per poi riuscire da dove si è entrati, proprio in corrispondenza dell’ultima scena.
Nel primo riquadro, il re persiano prega Dio di poter avere una discendenza; di seguito il diavolo suggerisce al re che quello che sta per nascere non è suo figlio, ma il frutto del tradimento della regina sua moglie.
Allora giunge una figura profetica che suggerisce al re la prova del fuoco: se il nascituro non è frutto di adulterio, questi rimarrà illeso dalla prova. Le fiamme infatti non lambiscono il bimbo.
Di seguito sopraggiunge un angelo che chiede al re di battezzare il bimbo con il nome di Honofrio. Il re obbedisce all’angelo.
La scena successiva ha purtroppo la didascalia cancellata, ma si vede chiaramente il re porgere il bimbo in fasce a dei monaci, probabilmente lo affida a loro.

In quella successiva si vede una cerva, animale che nutrirà con il suo latte per tre anni il bimbo.
A seguito, Onofrio bambino indossa abiti monacali, porge il pane al Bambin Gesù in braccio alla Madonna.
Di seguito Onofrio chiede del pane a Cristo da portare ai monaci. Ne riceve uno talmente grande che il ragazzino fa fatica a trasportarlo. Riesce comunque con difficoltà a portarlo all’abate presso il monastero in cui evidentemente risiede con gli altri monaci.
L’abate, a conoscenza del miracolo compiuto, capisce che dentro il bambino alberga uno spirito angelico e propone ai compagni di farlo diventare il superiore del convento, ma essendo ancora troppo piccolo le regole monastiche lo vietano.
In seguito Onofrio chiede di poter abbracciare la via eremitica e, accompagnato dalla voce e dalla protezione di un angelo, si avvia verso il deserto.
Onofrio incontra poi un saggio eremita che lo inizia alla vita di anacoreta. Questi lo porta nella grotta in cui dimorerà e dove ogni anno andrà a trovarlo.
Onofrio è poi raffigurato morente.
A seguito il santo è ritratto in età matura in compagnia di un angelo, quello che per trent’anni gli aveva portato il pane con cui nutrirsi.
Si vede poi in un’altra scena dove il santo è appoggiato ad una palma, anche questa fonte della sua sussistenza.
La colonna illuminata e sospesa nel vuoto invece, deve essere interpretata come la rappresentazione di Dio.
Più in là Sant’Onofrio è raffigurato tra gli angeli mentre prende la Comunione.
Proseguendo, si vede la scena in cui Pafnunzio si nasconde dietro ad un albero, impaurito dall’incontro con il santo che ancora non conosce e che, ricoperto di peli, scambia per un animale selvatico.
Onofrio racconterà poi a Pafnuzio come si fosse adattato al cambio delle stagioni, come avesse resistito alle intemperie e come si fosse sostenuto grazie ad un angelo che provvedeva quotidianamente al suo nutrimento. Lo stesso angelo che la domenica gli portava la santa Comunione.
Il miracolo dell’angelo fu visto pure da Pafnuzio, quando Onofrio lo condusse al suo eremo di Calidiomea, il luogo dei palmizi.
Continuando le loro conversazioni spirituali, il santo anacoreta gli rivelò dicendogli che:
“Dio ti ha inviato qui perché tu dia al mio corpo conveniente sepoltura, poiché sono giunto alla fine della mia vita terrena”.
Pafnuzio propose ad Onofrio di prendere il suo posto, ma l’eremita rispose che non era quella la volontà di Dio: egli doveva ritornare in Egitto e raccontare ciò di cui era stato testimone.
Dopo averlo benedetto si inginocchiò in preghiera e morì.
Pafnuzio, ricopertolo con parte della sua tunica, lo seppellì in un anfratto della roccia.
Prima che egli partisse, una frana ridusse in rovina la caverna di Onofrio, abbattendo anche i palmizi, segno della volontà di Dio che in quel posto nessun altro sarebbe dovuto più vivere come eremita.
Ma torniamo alle lunette.
In un’altra scena si vede una scritta scendere dal cielo: è la rappresentazione grafica della voce di Dio che avverte il santo che la sua orazione è giunta a destinazione.
Onofrio è poi ritratto mentre muore in compagnia di Panunzio mentre gli angeli dal cielo lo proteggono cantando intorno al corpo del santo.
Panunzio vede poi l’anima bianca a forma di colomba del santo che vola verso il cielo.
In seguito Panunzio si dispera, perché non sa come seppellire Onofrio. Così, mentre Panunzio contrassegna con un bastone il luogo dove voleva seppellire il santo, arrivano due leoni con le zampe di cavallo che cominciano a scavarne la fossa.
Finisce così il percorso illustrato della vita di Sant’Onofrio.
Pafnuzio, monaco del V secolo, aveva incontrato Onofrio casualmente quando era in cerca di eremiti a cui voleva chiedere come facessero a vivere in quelle condizioni estreme.
Dopo due tappe fatte in ventuno giorni, sfinito si accasciò a terra. Fu allora che gli apparve Onofrio, ricoperto da barba e lunghi capelli, estremamente peloso e con qualche foglia che ne ricopriva le parti intime.
Sembianze ed abbigliamento con cui è descritto e raffigurato, sono quelli tipici degli anacoreti, che abituati a star soli e visti solo dagli angeli, facevano a meno di indossare delle vesti, tra l’altro piuttosto difficili da reperire nel deserto.
Dopo essersi spaventato e nascosto, i due entrano subito in confidenza ed Onofrio racconta a Pafnunzio come vivesse un eremita.
Ormai erano settant’anni che viveva nel deserto e non aveva più incontrato nessuno.
Nutrendosi di erbe e di pane portato dall’angelo, si riposava, pregava e viveva nelle caverne, anche se inizialmente aveva vissuto in un monastero a Ermopolis vicino Tebe, insieme ad altri monaci.
Desideroso di una vita più solitaria e volendo emulare san Giovanni Battista e il profeta Elia, lasciò il monastero inoltrandosi nel deserto con pochi viveri.
Dopo alcuni giorni incontrò in una grotta un altro eremita a cui chiese di iniziarlo a quella vita.
L’eremita lo accompagnò in un’oasi con dei palmizi, rimanendo con lui trenta giorni per poi lasciarlo da solo. Una volta all’anno l’eremita andava a fargli visita e a confortarlo.
La “Vita” scritta da Pafnuzio è nota in diverse versioni: orientale, greca, copta, armena, araba; essa nasce come elogio alla vita monastica cenobitica, volendo presentare quello che è considerato dall’autore lo stato di vita più perfetto: la solitudine nel deserto.
Indipendentemente dall’esistenza storica di Onofrio, la “Vita” scritta da Pafnuzio si conclude dicendo che il santo eremita morì l’11 giugno, anche se San Onofrio è celebrato il 12 giugno nei sinassari bizantini (agiografie, menologi, martirologi).
Antonio, arcivescovo di Novgorod, riferisce che ai suoi tempi (nel 1200), la testa di Onofrio era conservata nella chiesa di S. Acindino.
Nell’ultima visita, l’eremita che lo aveva iniziato alla vita solitaria vide Onofrio accasciarsi davanti a lui e morire. Triste, lo seppellì vicino al suo ritiro (anche se nell’altra versione è Panunzio a soccorrerlo e poi seppellirlo).
Il suo culto e il suo ricordo si estendono in tutti i Paesi dell’Asia Minore e in Egitto, dove tutti i calendari di queste regioni lo commemorano chi al 10, chi all’11, chi al 12 giugno.
In arabo è appellato come l’Abü Nufar, (l’erbivoro), qualifica che gli si adatta perfettamente.
Il chiostro, così come la chiesa, valgono una visita per l’estrema bellezza delle opere in esse contenute di artisti come: Pinturicchio, Peruzzi, Domenichino, Trevisani, Ricci, Ricciolini, Puccini, Strada, Ridolfi, Boltraffio e forse anche Leonardo da Vinci…
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