Venerdì 29 Maggio 2026 12:05
L’amore di Dio e l’«accoglienza urbana»


Gesù apre una finestra sul cuore del Padre, "disegnando" una dinamica di comunione perfetta che non resta chiusa nei cieli ma vuole investire le strade, i quartieri e i condomini della nostra Capitale
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#il vangelo nella città #accoglienza urbana #comunione #santissima trinità
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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,16-18
Gv 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
«Dio ha tanto amato il mondo». Questa parola del Vangelo è il cuore della solennità della Santissima Trinità, in cui Gesù sorpassa ogni teoria astratta su Dio, aprendoci una finestra sul Suo cuore. La Trinità è esattamente questo: un amore che si dona continuamente. Il Padre dona il Figlio, il Figlio accoglie la volontà del Padre e restituisce tutta la sua vita al Padre; e lo Spirito Santo è il legame di amore che vive e circola eternamente tra Essi. Una dinamica di comunione perfetta che non resta chiusa nei cieli, ma che vuole investire le strade, i quartieri e i condomini della nostra Capitale.
Ciò che colpisce è che Dio ama il mondo così com’è. E allo stesso tempo vede e immagina come tutto può essere rinnovato. Non parte da una Roma ideale o perfetta, ma vede la nostra città reale: fragile, caotica, ferita, spesso frettolosa e distante. Eppure Dio non si stanca di lei, non prende le distanze, non la condanna. Gesù lo dice con chiarezza: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato».
Se Dio è comunione, chi entra nel suo amore impara a vivere da figlio e da fratello, trasformando la fede in libertà, proprio lì dove la persona è presente. Nella nostra città possiamo declinare quest’amore di Dio come “accoglienza urbana”: simbolicamente si tratta di “chiudere il cerchio” di amore in cui siamo stati coinvolti perché creati, restituendo i colori a una città che rischia spesso di ingrigirsi nell’individualismo, perché fare il bene agli altri, amarli, significa fare del bene anche a sé stessi, senza pretendere di salvarci da soli.
Come possiamo, allora, tradurre nell’oggi questo mistero della Trinità in gesti concreti tra le vie della grande metropoli? Non ci sono ricette preconfezionate, ma si può iniziare da cose piccole, quotidiane, capaci di generare una nuova prossimità. Possiamo innanzitutto essere segno di comunione, intraecclesiale per le nostre parrocchie e ad extra per tutte le comunità romane. L’atto d’amore urbano più urgente, infatti, è superare i “muri” del giudizio e delle simpatie selettive, facendo spazio a chi fa più fatica a inserirsi, ascoltando una proposta diversa dalla nostra e collaborando con gioia. Una Chiesa unita è il primo grande faro per la città.
Da qui, possiamo inoltrarci in una mistica non dei cieli ma, direi, del pianerottolo, per ridisegnare l’accoglienza urbana, qui e ora. Roma è immensa, ma si vive nei dettagli, a partire dall’anonimato del proprio palazzo. Certo, nessuno ama le “riunioni condominiali”… ma perché essere freddi quando non ci si deve per forza scontrare? Possiamo invece bussare al vicino anziano che vive solo per chiedere se ha bisogno della spesa, salutare con un sorriso sincero chi incrociamo in ascensore, o accogliere con pazienza e calore le famiglie straniere che si sono appena trasferite nel quartiere.
Infine, possiamo offrire pace, portando la gratuità dell’attesa direttamente nelle nostre commissioni quotidiane. Nel traffico, sui mezzi pubblici affollati, nelle file agli sportelli, vivendo la santa pazienza tanto declamata dai nostri nonni. Nelle code interminabili alla posta o in macchina, fermi davanti all’ennesimo semaforo, è vero: ci sentiamo ingabbiati. Ma aiuta veramente lamentarsi o suonare nervosamente il clacson? Scegliere di non cedere alla frustrazione, cedere il posto a chi avesse bisogno e altre attenzioni analoghe, non per dovere ma per amore, cambiano il clima intorno a noi. Perfino guardare il povero all’angolo della strada non come un “problema di degrado”, sbuffando perché chiede sempre lo stesso, ma guardarlo invece come un fratello, diventa un modo per custodire la città nella speranza.
Forse la testimonianza più grande che possiamo dare “del Dio trinitario che è nei cieli” a questa città è proprio questa: mostrare con la nostra vita che Dio non è lontano, non è un vigile pronto a multarci, ma è sorgente di misericordia, di vita riconciliata, proprio adesso, per tutti. La sfida è lasciarsi abitare dentro. Con una semplicità e una concretezza cittadina, Roma può riscoprire i suoi colori più belli e intuire che Dio continua ad amarla, sempre.
29 maggio 2026
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