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Venerdì 29 Maggio 2026 14:05

Roma sta diventando uguale a tutte le altre città

Di Nicola Capogna – Ci sono cose che pensiamo siano immortali. Come il frullato fragola e banana di Pascucci preso durante l’ora di buco, ad esempio. O la crema alle fragoline di Procopio. O andare a comprare le scarpe da Ennio Shoes e sapere che, prima di te, l’hanno fatto tuo padre e prima ancora […]

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Di Nicola Capogna – Ci sono cose che pensiamo siano immortali. Come il frullato fragola e banana di Pascucci preso durante l’ora di buco, ad esempio. O la crema alle fragoline di Procopio. O andare a comprare le scarpe da Ennio Shoes e sapere che, prima di te, l’hanno fatto tuo padre e prima ancora tuo nonno. Ecco, non avremmo mai immaginato che un giorno, questi tre posti, avrebbero avuto una cosa in comune: ricordarci che nessuno è immortale. 

E non sono gli unici immortali ad aver abbassato la saracinesca. Antonietti su via Appia, Marigold, la bakery italo danese di Ostiense, Sbanco, per alcuni la migliore pizzeria di Roma, e la  Coin di via Cola di Rienzo per destinazione d’uso più simile a una piazza che a un grande magazzino. Ogni chiusura, presa singolarmente, ha il peso relativo di una notizia nostalgica. Ma sommata alle altre racconta qualcosa di più strutturale di un dispiacere: la capitale assorbe la tendenza internazionale di un progressivo mutamento del tessuto urbano. I dati di Confcommercio confermano questo trend: tra il 2012 e il 2025 in Italia hanno chiuso ben 156.000 negozi, in particolare -52% di edicole, -37% abbigliamento e calzature, – 36% mobili e ferramenta; volano invece quelle attività legate a turismo e ristorazione: ristoranti +35%, gelaterie e pasticcerie +14%, affitti brevi +184%. 

Stiamo diventando come tutti gli altri, una città di cocktail bar, temporary bistrot e concept store, di lampadine minimal appese al soffitto, di industrial style, ferro battuto e mattoni, di QR code e piatti pensati più per riempire il feed che lo stomaco. La nuova vita apre alle 18 e chiude alle 02, scrive il menù del giorno col gessetto bianco su una lavagnetta nera che poggia sul marciapiede, dove enfatizza il punto forte di un’offerta folle che promette di mandare in bancarotta il titolare per tre generazioni: Spritz a 7€! Qui ad un cameriere per essere licenziato basterà dire “croccante” anziché crunchy. 

Proliferano come specie invasive gli spazi, scompaiono come specie in via di estinzione i luoghi. I luoghi hanno storia, abitudini, rituali e volti che si ripetono; persino odori. Vita e umanità. Lo spazio è progettato da un interior designer, infatti ha un’estetica impeccabile, vuole attrarre e infatti attrae, vendere ed essere venduto. Lo spazio chiede disperatamente di essere fotografato, postato, desiderato, taggato. Il luogo chiede solo di essere vissuto. 

Certo Roma è, per definizione, grande bellezza, e se paragonata ad altre città meno magnifiche (cioè tutte) si salverà sempre dal totale abbrutimento. A pochi metri da un temporary store ci sarà sempre una statua del Bernini, di fronte al bubble tea shop si ergerà sempre il Pantheon, per ogni nuovo Starbucks ci sarà sempre la scalinata di Trinità de Monti. Roma ha un’identità talmente forte che non basteranno 1000 concept bistrot a snaturarla. 

Ma è innegabile che la gentrificazione non riguarda più solo il centro, colpisce anche i quartieri, ogni peculiarità è soppiantata da un’estetica internazionale, impersonale, replicabile ovunque. La vita quotidiana ante social non era un monumento né un museo ma imperfezione, improvvisazione, non poesia, prosa, era l’edicola di fiducia, il salumiere sotto casa, la gelateria che c’è solo lì. Oggi socializzare senza app è diventata un’experience, staccare un lusso, vivere nel presente mindfulness, non vivere dentro lo schermo detox, condurre ritmi di vita sani e a misura d’uomo, la foto di un’anziana che stende i panni per strada, ad agosto, in Puglia. Hashtag #vitalenta.

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