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Mercoledì 3 Giugno 2026 10:06

Sempre più giovani vittime dei disturbi alimentari: nel Lazio 400mila casi

Disturbi alimentari sempre più diffusi nel Lazio: sono circa 400mila le persone che ne soffrono e il 30% dei pazienti ha meno di 14 anni. Per far fronte all'emergenza, la Regione punta ad aumentare posti letto, centri specializzati e servizi territoriali dedicati alla cura e alla prevenzione.

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Anoressia, bulimia, alimentazione incontrollata e disturbo evitante-restrittivo dell’assunzione di cibo (Arfid) colpiscono sempre più persone e in età sempre più precoce. Nel Lazio si stima che siano circa 400mila i pazienti, tra i 4 e i 60 anni, affetti da disturbi del comportamento alimentare (Dca), una delle emergenze sanitarie più preoccupanti degli ultimi anni.

I dati emergono in occasione della Giornata mondiale dedicata ai disturbi alimentari, che richiama l’attenzione su patologie cresciute in maniera significativa dopo la pandemia da Covid-19.

A destare particolare preoccupazione è l’età dei pazienti. Secondo gli specialisti, il 30% delle persone che soffrono di disturbi alimentari ha meno di 14 anni, mentre circa il 20% dei casi riguarda i maschi, una percentuale in costante aumento rispetto al passato.

Il fenomeno coinvolge anche i bambini più piccoli. Nella fascia compresa tra i 3 e i 10 anni sono sempre più frequenti i disturbi alimentari selettivi, caratterizzati dal rifiuto di molti alimenti e da diete estremamente limitate che possono compromettere il corretto sviluppo nutrizionale.

Accanto ai problemi alimentari emerge un’altra criticità: il forte legame con il disagio psicologico e psichiatrico.

Secondo gli esperti, circa il 60% dei pazienti presenta una comorbidità psichiatrica. Tra le problematiche più diffuse figurano ansia, depressione e comportamenti autolesionistici.

Proprio l’autolesionismo rappresenta uno degli aspetti più allarmanti, soprattutto tra gli adolescenti. In molti casi i giovani si procurano ferite o ustioni e condividono immagini e video sui social network, contribuendo involontariamente a fenomeni di emulazione particolarmente pericolosi.

A fronte di una domanda in continua crescita, il sistema sanitario regionale continua a fare i conti con una disponibilità di posti e servizi ritenuta insufficiente.

Negli ultimi anni la Regione Lazio ha avviato un piano di potenziamento grazie alle risorse provenienti dal Fondo nazionale per i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e attraverso un programma regionale approvato alla fine del 2024.

Al momento il territorio può contare su circa settanta posti nelle strutture semiresidenziali e su un numero analogo nelle strutture residenziali specializzate. Per i casi più complessi sono inoltre attivi i servizi ospedalieri dedicati, tra cui quelli del Policlinico Umberto I, dell’Ospedale San Giovanni e dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che recentemente ha ampliato la propria capacità di accoglienza.

L’obiettivo della Regione Lazio è incrementare significativamente l’offerta assistenziale attraverso la creazione di 132 nuovi posti nelle strutture residenziali e di altri 166 nelle strutture semiresidenziali.

Il piano prevede inoltre il coinvolgimento di nuovi centri specialistici, tra cui il Policlinico Tor Vergata e l’Ospedale Sant’Andrea, oltre al potenziamento degli ambulatori dedicati all’interno delle dieci Asl del territorio.

Nei nuovi servizi opereranno équipe multidisciplinari composte da psichiatri, psicologi, pediatri, dietisti e altri professionisti sanitari con l’obiettivo di garantire diagnosi precoci, percorsi personalizzati di cura, riabilitazione nutrizionale e assistenza continuativa ai pazienti e alle loro famiglie.

I disturbi del comportamento alimentare rappresentano oggi una delle principali sfide sanitarie e sociali che coinvolgono adolescenti, giovani adulti e famiglie.

Gli specialisti sottolineano l’importanza della prevenzione, dell’intercettazione precoce dei segnali di disagio e della costruzione di una rete di supporto capace di intervenire prima che le patologie raggiungano livelli di gravità elevata.

L’aumento dei casi registrato negli ultimi anni dimostra infatti come il fenomeno non possa più essere considerato marginale, ma richieda risposte sempre più rapide e strutturate da parte delle istituzioni e del sistema sanitario.

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