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Mercoledì 3 Giugno 2026 07:06

Attrici detenute sul palco del Teatro Nazionale



Per la prima volta in una sala fuori dalle mura del carcere di Rebibbia con una rilettura dell’Otello di Shakespeare. L'ideatrice: beneficio enorme, basta vedere i tassi di recidiva di chi fa queste attività

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C’è un sogno che si realizza dopo 13 anni. E tutti possono vederlo avverarsi dalla platea del Teatro Nazionale di Roma. Andrà in scena infatti qui uno spettacolo che vede protagoniste alcune attrici detenute, che saliranno per la prima volta su un palco allestito fuori dalle mura di quella casa circondariale femminile di Rebibbia che le ospita in questo periodo della loro vita.

Una rappresentazione teatrale – fissata per giovedì 4 giugno alle ore 18.30 – che mette in dialogo mondi che raramente si incontrano, e che segna il coronamento di un’esperienza che ha fatto dell’arte uno strumento concreto di crescita, fiducia e costruzione di identità. I 13 anni trascorsi per coronare il sogno sono quelli della compagnia “Le Donne del Muro Alto”, nata nel 2013 dentro la casa circondariale di Rebibbia femminile.

Nel tempo hanno realizzato laboratori e spettacoli teatrali prima nella sezione di alta sicurezza, poi nella media sicurezza, poi in altre strutture come il carcere di Latina e la sezione transgender di Rebibbia Nuovo Complesso. Attività estese dal 2020 anche all’esterno, coinvolgendo donne ex detenute nella fase di reinserimento. Tutto questo perché mettere insieme carcere e teatro è una scelta vincente.

Francesca Tricarico, ideatrice dell’intero percorso e regista degli spettacoli della compagnia, spiega che mentre «il carcere è il luogo in cui le relazioni vengono recise (le persone che stanno in carcere per definizione hanno una rottura dei loro rapporti familiari e sociali) il teatro invece è il suo contrario, si fonda sulla relazione con se stessi, con i compagni di scena, con il pubblico, con il testo. E quindi aiuta a ricucire gli strappi».

Il beneficio? «È enorme, basta vedere i tassi di recidiva di chi fa queste attività», che calano drasticamente rispetto al resto della popolazione carceraria. Lo spettacolo del 4 giugno è “Desdemona – Studio I», una rilettura corale tutta al femminile dell’Otello di Shakespeare con una citazione dell’Otello di Verdi: già andato in scena in anteprima a Rebibbia, coinvolge in tutto una quarantina di persone.

Sono 15 le detenute, sei delle quali protagoniste al Teatro Nazionale, accompagnate dalle giovani artiste del progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma. Insieme a loro anche un’attrice ex detenuta: «Una cosa che dà l’idea della continuità del lavoro. E dico lavoro perché anche le signore detenute verranno retribuite, dato il notevole impegno che questa produzione ha richiesto. Del resto l’emancipazione di una persona passa pure attraverso l’indipendenza economica e il lavoro».

I fondi arrivano dai bandi vinti dalla compagnia. Quanto all’istituzione carcere, «la Direzione ha creduto nel valore trattamentale del teatro e ha reputato importante questa apertura: non sempre in passato è stato così, è stato un percorso altalenante», dice Tricarico che ritiene fondamentale che «le istituzioni guardino alla continuità dell’attività svolta: non si possono dare finanziamenti a progetti spot di tre mesi. In tre mesi non costruisci nessuna relazione». Il pubblico atteso in sala giovedì (biglietti su Ticketone) è quello degli affezionati, quello dei familiari delle detenute, «ma aspettiamo anche il pubblico abituale del Teatro Nazionale e tutti coloro che vogliono cogliere la grande opportunità di osservare il carcere attraverso il teatro come una grande cassa di risonanza della società».

Soddisfazione da Stefano Anastasìa, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio: «Sono molto felice di questo nuovo appuntamento delle “Donne del Muro Alto” in esterno, in un prestigioso teatro romano. Testimonia il valore dell’impegno di Francesca Tricarico e delle donne che l’hanno seguita in questa avventura per le carceri del Lazio. Il teatro è una forma artistica che consente a chi è detenuto di esprimere se stesso anche quando questo sembra impossibile e le istituzioni tutte, l’amministrazione penitenziaria come gli enti territoriali, devono sostenerla adeguatamente, finanziariamente e facilitandone l’accesso e lo svolgimento. Ma ora tocca a noi, a ciascuno di noi che è fuori dal carcere, sostenerlo, andando a vedere questa Desdemona per apprezzare l’impegno della compagnia».

3 giugno 2026

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