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Giovedì 4 Giugno 2026 11:06

Repubblica democratica del Congo, tra ebola e conflitto armato



L'sos lanciato da ActionAid: popolazione in ginocchio, senza mezzi di sussistenza. Nell'Ituri, il 58% delle famiglie non riesce ad accedere ai mercati alimentari. A rischio anche l'istruzione

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Hanno superato quota 300 i casi confermati di ebola nella provincia dell’Ituri, nella Repubblica democratica del Congo. «In un’area già destabilizzata dal conflitto armato, questa epidemia sta distruggendo le poche reti di sicurezza che soprattutto le donne avevano», afferma Saani Yakubu, direttore di ActionAid nel Paese, mettendo l’accento sulla crisi relativa agli stessi mezzi di  sussistenza della popolazione. «Purtroppo – spiega – alcune di esse sono costrette a scegliere tra il rischio aumentato di contrarre la malattia in aree affollate o la minaccia immediata di morire di fame, se restano a casa».

La recente valutazione dei bisogni condotta da ActionAid a Nyankunde, Nizi e Bunia ha rilevato che il 58% delle famiglie non riesce ad accedere regolarmente ai mercati alimentari, mentre il 74% degli uomini intervistati ha riferito gravi ripercussioni economiche sui propri nuclei familiari a causa delle interruzioni dei mercati, delle restrizioni agli spostamenti dovute alla paura e dei costi legati alla malattia. La valutazione ha inoltre evidenziato che il 64% delle famiglie intervistate ha registrato una riduzione dell’accesso all’assistenza sanitaria, ai mercati e all’istruzione a causa della paura, dell’insicurezza e delle restrizioni agli spostamenti legate all’epidemia. In particolare, destano grande preoccupazione l’impatto sui mercati locali, ormai fortemente compromessi, e l’interruzione dell’istruzione dei bambini durante un periodo cruciale di esami.

Lo racconta Dheve Lotsove, una donna sfollata internamente che vive con il marito e i sette figli a Lonyo, territorio Irumu. «Da quando è stata annunciata l’epidemia di ebola, per me è cambiato tutto. Prima – ricorda – mantenevo la mia famiglia vendendo verdure, cipolle, pomodori, banane e avocado. Ogni mattina portavo una bacinella sulla testa e camminavo di villaggio in villaggio. In una buona giornata riuscivo a guadagnare abbastanza per dare da mangiare ai miei figli e soddisfare i nostri bisogni essenziali. Oggi non posso più spostarmi liberamente né andare al mercato principale di Bunia, dove compravo la merce. Gli affari si sono quasi fermati – riferisce – e ogni giorno mi preoccupo di come riuscirò a procurare il prossimo pasto per la mia famiglia. Come madre, la mia paura più grande riguarda i miei figli. Stiamo già mangiando meno di prima e temo che possano diventare malnutriti».

E l’ansia cresce anche nelle comunità vicine come Lita, dove le catene di approvvigionamento dalla Capitale provinciale sono state gravemente colpite. Maria Zora, una madre, ha dichiarato: «Qui a Lita la maggior parte del cibo e dei beni di cui abbiamo bisogno arriva da Bunia. Da quando è iniziata l’epidemia di ebola e il numero dei casi continua ad aumentare, molti di noi vivono nella paura. Stiamo facendo del nostro meglio per restare fiduciosi, ma questa situazione sta mettendo a dura prova famiglie come la mia».

L’epidemia ha anche impedito ad alcuni studenti di sostenere gli esami. A Nyakunde, ad esempio, un responsabile scolastico, che ha parlato ad ActionAid a condizione di anonimato, racconta che «alcuni studenti della nostra scuola sono stati messi in quarantena dopo la morte di un genitore a causa dell’ebola. È una situazione molto preoccupante, perché non potranno frequentare la scuola per 21 giorni. Purtroppo – osserva -, questo accade in un momento cruciale: gli esami di fine anno sono iniziati il 2 giugno e continueranno fino al 12 giugno. Temiamo che questi bambini possano perdere una parte importante del loro percorso educativo a causa di circostanze fuori dal loro controllo».

L’organizzazione, da parte sua, sta attuando programmi urgenti di protezione per sostenere le donne e i bambini in età scolare nella provincia dell’Ituri. «È fondamentale continuare a sostenere le organizzazioni di donne e giovani affinché possano guidare la risposta comunitaria, prevenire la trasmissione e mantenere attivi i servizi essenziali», affermano.

4 giugno 2026

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