Giovedì 4 Giugno 2026 15:06
La grazia ironica di Elisabeth Taylor


La memorabile eroina di "Vietato morire qui" al centro di uno spaccato di vita senile, nella Londra dei Beatles e delle prime minigonne. Un ritratto agrodolce, con un sentore di abbandono e malinconia
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Elisabeth Taylor, omonima della famosa attrice inglese, nata nel 1912 e morta nel 1975, è stata una scrittrice di singolare intensità, nella linea romanzesca tradizionale di Jane Austen ma con una grazia ironica tutta particolare ed è un vero peccato che finora almeno in Italia non sia stata valorizzata come merita: le sue opere narrative di racconti e libri per ragazzi sono tradotte in modo sporadico e occasionale.
Eppure, basterebbe leggere Vietato morire qui (titolo originale: Mrs Palfrey at the Claremont), disponibile per Blackie edizioni nella versione di Paola Mazzarelli, per apprezzarla. È uno spaccato di vita senile attraverso il ritratto agrodolce di Laura Palfrey, vedova confinata in una residenza nel centro di Londra per anziani ancora autonomi e tuttavia bisognosi di cure e assistenza, la quale, mentre la figlia e il vero nipote si disinteressano di lei, riceve le visite di Ludovic, soprannominato Ludo, un giovane aspirante romanziere che, dopo averla aiutata a superare una caduta accidentale, la prende in simpatia, andandola a trovare ogni tanto. Anche il ragazzo sta da solo, non va d’accordo con la madre e il patrigno, trova invece nell’anziana signora una confidente arguta, maliziosa, imprevedibile.
Assai ben calibrati appaiono i resoconti di vita quotidiana dei pensionati ospiti dell’hotel, abbastanza dignitosi ma non a sufficienza per disperdere il sentore di abbandono e malinconia che li pervade. Lo stacco fra l’ambiente chiuso e asfittico dell’albergo e l’aria aperta e profumata della città, colta nei minimi trapassi stagionali, diventa caratteristico, fino ad assumere una dimensione simbolica: «Era una bella giornata. C’era luce fino a tardi, diceva la gente. Si allungavano le giornate. Dietro ai lillà in fiore della piazza, nuvole immense riflettevano il sole al tramonto, sembravano una catena alpina».
La protagonista, durante certe passeggiate nelle vie adiacenti all’ospizio, non dimentica il marito appena scomparso recuperando con lucidità introspettiva i momenti più belli trascorsi insieme a lui, senza tuttavia lasciarsi andare alla nostalgia, riuscendo così a vincere, con l’intelligenza, l’incombente depressione: «Se avessi saputo quanto ero felice, decise in quell’istante, sarebbe solo servito a rovinare tutto. Lo davo per scontato. È stato molto meglio così. Non me ne pento».
Gli anni sono quelli dei Beatles e delle prime minigonne, quando Londra era al centro del mondo: per contrappunto risalta ancor più il microcosmo delle esistenze declinanti alle quali Elisabeth Taylor rende idealmente omaggio. La sua memorabile eroina tira diritto verso la fatale conclusione arrivando a dover fronteggiare, quasi sull’orlo del baratro, una sorprendente domanda di matrimonio, oltre che l’affetto sincero e disinteressato del ragazzo futuro scrittore, pronto a restarle accanto fino all’ultimo senza che nessuno glielo abbia chiesto.
4 giugno 2026
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