Venerdì 5 Giugno 2026 13:06
Dio, pane per la terra, pane per il cielo


Celebrare il Corpus Domini significa riconoscere la stretta connessione di queste due dimensioni: la vita nell’oggi, nell’hic et nunc, nella storia, e la vita gloriosa per sempre con Dio nella Gerusalemme Celeste
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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,51-58
Gv 6,51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Le “liturgie terrene” si incastrano con le liturgie religiose in modi singolari. Il 2 giugno abbiamo festeggiato gli 80 anni della Repubblica, ricordando in prima serata Rai tanti “martiri” della storia italiana. Un certo senso di smarrimento cresceva nei momenti più toccanti, in cui i filmati ripercorrevano le storie delle vittime per la giustizia. Sorge qui la domanda: dove finiscono quelle vite? E quelle dei malvagi? Il destino è lo stesso per tutti?
Il vangelo feriale di quella giornata riportava un notissimo passo che sembrava commentare indirettamente la preziosità di quel “sangue laico”, offerto per la libertà di tutti gli italiani, un sacrificio senza prezzo. Gesù “attaccato” con la domanda sulla liceità del tributo all’impero romano, risponde, con estrema sapienza, invitando a “restituire a Cesare ciò che è di Cesare” (la cui effige sta sulla moneta), ma anche, e soprattutto, ai “restituire a Dio ciò che è di Dio” (la cui immagine è impressa nell’uomo, come ricorda l’incipit genesiaco delle Scritture). Restituire, si! perché non ci apparteniamo. È l’invito, non tanto velato, di relativizzare le cose del mondo e concentrarsi sull’eterno.
Questo discorso sulla storia d’Italia e sull’eterno che Dio propone ci porta all’odierna liturgia domenicale. Celebrare il Corpus Domini significa riconoscere la stretta connessione di queste due dimensioni: la vita nell’oggi, nell’hic et nunc, nella storia, e la vita gloriosa per sempre con Dio nella Gerusalemme Celeste. Dimensioni antitetiche? Affatto! Da quando c’è stata l’Incarnazione, la discesa dal Cielo, e da quando c’è stata l’Ascensione, la salita al Cielo, le due dimensioni, terrena ed eterna, si sono inevitabilmente congiunte nell’umanità di Gesù. E se pensassimo che Dio non conosce le contraddizioni del tempo, dobbiamo invece per fede constatare che egli sceglie, comunque, la storia per rivelarsi, per mostrare le sue scelte, per compiere le sue opere. Non la bypassa. La feconda.
Per fede sappiamo anche che il sangue dei martiri, di ogni tempo, si connette con il sangue vivo di Cristo, perché è Lui il mediatore universale di salvezza. E nonostante ciò, nella commemorazione dei “martiri italiani” potremmo essere tentati allo scoraggiamento, nell’ascoltare l’angoscia delle lettere di Moro alla moglie, o nel vedere le immagini della strage di Capaci. E sorge, con l’inevitabile ammirazione di tali vite, anche l’insidiosa domanda: quale è il senso di “tutto questo sangue”?
Dalle parole di alcuni di questi testimoni traspare una “serenità” di fronte alle conseguenze prevedibili del loro agire, quasi che confidino in valori superiori alla loro stessa vita, da cercarsi nella comunità per cui si offrono. E che dunque la loro battaglia non sarà vana. Una per tutte, il giudice Falcone ebbe a dire: «Gli uomini passano, ma le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini». Come dire: la giustizia sopravvive, sempre.
La liturgia odierna e la tradizione cristiana con la sua prassi sacramentale, incentrata proprio sull’Eucaristia, pane quotidiano ma anche pane di vita eterna, ci possono confortare ancora maggiormente, rispetto all’onore e al rispetto che dobbiamo a questi coraggiosi cittadini. Di fronte all’altezza di tali eroi, ci accompagna in fondo una domanda più ordinaria, meno appariscente rispetto al “senso del sangue”, ma supplementare: qual è il senso della nostra esistenza, ossia il “senso del corpo”, che per tutti si scontrerà con il fatto ineludibile della sofferenza e della morte?
Qui la potenza della Parola di Dio penetra nel profondo. Con il cristianesimo non si tratta soltanto di un “messaggio” giusto, buono, valido che sopravvive alla morte perché passa ad essere l’idea di altri che continueranno la missione di evangelizzazione. L’essere cristiani significa appartenere a qualcun’altro. Non si tratta soltanto di idee profondamente etiche, anche se sicuramente si avranno queste implicazioni.
Più in profondità, si tratta di aver a che fare con una Parola Divina. Ancora di più: con il Logos, “La” Parola Divina. La Parola incarnata. La Parola viva, che non smette mai di parlare. Misteriosamente presente in maniera corporale nella Chiesa, pellegrina nel tempo, che ha affermato di essere la Vita. Una Parola che non solo si incontra e con cui si dialoga. Una parola che sfama, che disseta, che dà senso, a tutto. Perché non solo sopravvive ma risorge. E fa risorgere quanti credono in essa. Con un nuovo corpo. Per sempre.
5 giugno 2026
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