Lunedì 8 Giugno 2026 13:06
Cinema e vita, il nuovo Almodovar


In "Amarga navidad" il regista coglie con esattezza il momento in cui il cinema, scherzando con la realtà, intravede il senso della sconfitta. Un ripiegamento che sa di rifugio ma non di abbandono
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Fin dall’inizio nella vicenda si muovono due storie. Nella prima agisce Elsa, regista di spot pubblicitari; nella seconda vediamo Raul, sceneggiatore e regista impegnato a portare a termine un copione su cui è fermo da molto tempo. Questo doppio binario attraversa interamente Amarga navidad, il nuovo film di Pedro Almodovar, nelle sale dopo la presentazione in concorso al Festival di Cannes 2026.
Nella traduzione letterale, il titolo italiano suona come “Natale amaro” o, più esattamente “Nascita amara”. Precisazione non inutile perché la prima traduzione riporta l’attenzione su una dimensione più stretta, privata, in un’ottica personale e quindi inevitabilmente oggetto di differenti interpretazioni. La nuova proposta di Almodovar si impone per la ricchezza del tessuto linguistico e per la scioltezza di come si avventura nel labirinto di un linguaggio metacinematografico.
Dapprima ecco Elsa svelare il suo passato di giovane regista che, dopo soli due film, entrambi di “culto”, si è quasi rassegnata a trarre dalla pubblicità quello che le serve per vivere bene. La sua tranquillità è però insidiata dall’insorgere dell’emicrania che le impedisce una regolare svolgimento del suo lavoro. La prima parte ha luogo nel 2004; la seconda si snoda nel 2026. Nella prima Elsa svolge la sua attività pubblicitaria avendo accanto l’amico Boniface, vigile del fuoco di mestiere e, nei ritagli di tempo, impegnato in esibizioni di strip maschile. Ben presto emerge che la storia di Raul è quella di Elsa e delle sue amiche Patricia e Natalia. Elsa diventa in qualche modo l’alter ego di Raul, che ricorre all’autofinzione come soluzione a una lunga stagione di aridità creativa. Cosi, guardando sé stesso Raul non può fare a meno di rivolgere lo sguardo anche alle altre persone che compongono il suo universo più intimo: il suo amico e la sua assistente Monica. Il racconto del legame tra realtà e finzione, tra ispirazione e vita si fa a ogni passaggio più stringente, toccando l’auto annullamento.
Nato a Castiglia nella Mancia il 25 settembre 1949, Pedro Almodovar è senz’altro il più famoso esponente del cinema spagnolo. Dopo l’esordio nel 1983 con L‘indiscreto fascino del peccato, ha diretto una trentina di lungome-traggi, di volta in volta affinando stile e suggestioni espressive, in un rimbalzo di personaggi, situazioni, caratteri non di rado di grande incisività e di intenso ribaltamento di ruoli. Il film di oggi si pone all’interno del rapporto tra cinema evita: Almodovar coglie con esattezza il momento in cui il cinema, scherzando con la realtà, intravede il senso della sconfitta. È un ripiegamento che sa di rifugio ma non di abbandono. Lo spagnolo è troppo legato ai suoi personaggi per restarne orfano. Dentro la vitalità di Elsa c’è Barbara Lennie, in grado di uscire da qualunque emicrania.
8 giugno 2026
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