Lunedì 8 Giugno 2026 12:06
La crisi congolese dimenticata, tra sfollamento, fame ed ebola


Nel 2025 erogato solo il 27,4% dei fondi necessari. Oltre 21 milioni di persone hanno ricevuto aiuti ridotti o nulli. In un decennio il sostegno medio a persona sceso da 55 a meno di 33 dollari
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C’è una soglia oltre la quale la sofferenza smette di fare notizia. La Repubblica democratica del Congo (RdC) l’ha superata da tempo. Per il decimo anno consecutivo figura tra le crisi di sfollamento più trascurate al mondo secondo il Norwegian Refugee Council (Nrc). Si tratta di un primato che denuncia il fallimento della comunità internazionale davanti a una delle emergenze umanitarie più prolungate del pianeta. Sia chiaro, non è una tragedia improvvisa, ma una condizione strutturale, alimentata da conflitti armati, instabilità politica, povertà endemica e disinformazione. La sua cronicità ha prodotto assuefazione: milioni di persone soffrono in un silenzio che l’opinione pubblica internazionale sembra ormai considerare normale.
Oggi nella RdC si intrecciano tre emergenze: sfollamento interno, fame ed ebola. Insieme dovrebbero imporre il Paese al centro dell’agenda globale. Accade invece il contrario. Nel 2025 è stato erogato solo il 27,4 per cento dei fondi necessari per rispondere alla crisi congolese. Oltre 21 milioni di persone hanno ricevuto aiuti ridotti o nulli. In un decennio il sostegno medio per ogni persona bisognosa è sceso da 55 a meno di 33 dollari. Jan Egeland, segretario generale dell’Nrc, ha definito questa trascuratezza una scelta deliberata. I governi donatori privilegiano investimenti militari e strategici, mentre lasciano indietro crisi considerate prive di valore geopolitico. L’aiuto umanitario non segue soltanto il bisogno: segue anche la visibilità mediatica e gli interessi politici.
Nell’est del Paese, soprattutto in Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu, i campi per sfollati accolgono da anni popolazioni in fuga da gruppi armati e violenze intercomunitarie. La guerra distrugge attività agricole, blocca mercati e priva le famiglie di bestiame e sementi. La fame diventa così conseguenza diretta del conflitto, aggravata dai tagli agli aiuti. Su questo scenario si è innestata una nuova epidemia di ebola. Al 16 maggio 2026, le autorità sanitarie avevano registrato in Ituri otto casi confermati, 246 casi sospetti e 80 decessi sospetti. Il 17 maggio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato l’epidemia nella RdC e in Uganda come emergenza sanitaria internazionale, avvertendo che il focolaio poteva essere più ampio di quanto rilevato.
Il focolaio si è poi esteso rapidamente. A fine maggio, secondo l’Oms, nella RdC erano stati segnalati 125 casi confermati e 906 casi sospetti, con trasmissione concentrata in Ituri ma presente anche nel Nord Kivu e nel Sud Kivu. A inizio giugno, il quadro era ulteriormente peggiorato: al 6 giugno, i ministeri della Salute di RDC e Uganda riportavano 515 casi confermati e 91 decessi confermati nella RdC; in Uganda al 5 giugno i casi confermati erano 19, con due decessi.
Preoccupano i decessi inspiegabili, l’alto tasso di positività dei campioni iniziali, la scarsa conoscenza delle catene di trasmissione e il contagio tra operatori sanitari. Il virus responsabile è il Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini approvati né terapie specifiche. A differenza dei focolai legati al virus ebola Zaire, contro cui è disponibile un vaccino, le autorità sanitarie si trovano senza strumenti profilattici consolidati.
L’ebola non colpisce nel vuoto: sfrutta le condizioni create dalla crisi. Sfollamento, malnutrizione, sistemi sanitari indeboliti, campi sovraffollati, mancanza di acqua potabile e insicurezza rendono più facile la diffusione del virus. La vulnerabilità diventa il moltiplicatore più efficace del contagio. La RdC mostra così il nesso profondo tra conflitto, fame e salute. Il contesto globale aggrava il quadro. Nel 2025, a fronte di un fabbisogno umanitario globale di 45,47 miliardi di dollari, ne sono stati erogati solo 15,95. Le crisi meno visibili pagano il prezzo più alto. Nello stesso anno, secondo i dati preliminari dell’Ocse, l’aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi membri e associati del Comitato di aiuto allo sviluppo è calato del 23,1 per cento, la più forte contrazione annuale mai registrata.
La logica di questi tagli è politica. La retorica del debito pubblico e della sicurezza nazionale si combina con una solidarietà subordinata al ritorno d’interesse. Il confronto con la spesa militare globale è eloquente: secondo i dati richiamati dall’Nrc, nel 2025 ha raggiunto 2.630 miliardi di dollari, circa 7,2 miliardi al giorno. Il deficit umanitario globale equivale a poco più di quattro giorni di spesa militare mondiale.
Resta una domanda politica e morale: qual è il costo dell’indifferenza sistematica? La comunità internazionale non manca di risorse né di capacità organizzativa. Sa finanziare il riarmo e sviluppare tecnologie avanzate. Ciò che manca è la volontà di proteggere le vite umane dove l’abbandono è diventato norma. Nella crisi congolese si riflettono le contraddizioni dell’ordine internazionale contemporaneo: risorse abbondanti e povertà estrema, tecnologia avanzata e sistemi sanitari distrutti, diritti universali proclamati e gerarchie implicite tra vittime degne o indegne di attenzione. Guardare alla RdC significa portare alla luce le strutture invisibili che decidono chi conta e chi può essere dimenticato.
8 giugno 2026
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