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Mercoledì 10 Giugno 2026 15:06

Italiani all’estero, prima paghi e poi puoi farti curare in Italia

Per ottenere l’assistenza sanitaria italiana ma solo nel nostro paese serviranno 2.000 euro all’anno anticipati, con importo aggiornabile nel tempo - Una norma vissuta come una beffa e una discriminazione più che una conquista - 

#italiani nel mondo
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Se sei italiano e vivi fuori dall’Unione Europea, da oggi il messaggio dello Stato sembra essere solo uno: bentornato a casa, ma prima passa alla cassa. Il Senato ha infatti approvato la nuova normativa (Disegno di Legge n. 1730, approvato definitivamente dal Senato il 9 giugno 2026, che modifica l’articolo 19 della legge n. 833 del 1978, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale) che consente agli iscritti AIRE di iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale pagando un contributo annuo di 2.000 euro.

Non una quota calcolata sul reddito. Non una cifra proporzionata alle possibilità economiche del richiedente. Ma una tariffa uguale per tutti. Il pensionato argentino con una pensione minima. L’operaio emigrato in Sud America. Il professionista che vive negli Stati Uniti. Tutti sullo stesso piano: 2.000 euro e grazie.

La legge viene presentata come un ampliamento dei diritti degli italiani all’estero. In realtà introduce un principio curioso. Per esercitare un diritto bisogna prima acquistarlo. Come un abbonamento televisivo. O una piattaforma di streaming. Solo che qui non si parla di film e di serie TV. Si parla della salute.

La norma precisa inoltre che l’importo potrà essere aggiornato nel tempo con successivi provvedimenti. Traduzione dal burocratese all’italiano corrente: i 2.000 euro di oggi potrebbero non essere quelli di domani.

La legge richiama anche vecchie disposizioni che continuano a garantire assistenza sanitaria ad alcune categorie particolari di italiani all’estero. Diplomatici, funzionari, personale dello Stato e altri soggetti già tutelati. Per tutti gli altri arriva invece il pedaggio.
Ed è qui che nasce la polemica. Molti italiani residenti all’estero si chiedono come sia possibile che per ottenere l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale debbano pagare una somma fissa anticipata.

Eppure proprio su questo punto sorprende il tono trionfalistico adottato da alcuni parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero. Molti di loro hanno presentato il provvedimento come una conquista storica per gli italiani nel mondo. Ma se la conquista consiste nel pagare 2.000 euro all’anno per accedere a un servizio pubblico del proprio Paese, qualcuno potrebbe legittimamente domandarsi quale sarebbe stata una sconfitta. Più che festeggiare il risultato ottenuto, forse sarebbe stato opportuno chiedere al Governo perché un cittadino italiano residente oltre confine debba pagare una quota fissa per esercitare un diritto che altri ricevono senza contributi preventivi.

Una domanda che diventa ancora più pressante osservando quanto accade sul territorio nazionale. In Italia le cure urgenti e le prestazioni essenziali vengono garantite a chiunque si trovi sul territorio, anche in assenza di cittadinanza italiana e anche quando la posizione amministrativa non sia regolare. Una scelta ispirata a principi umanitari e di salute pubblica. Ma che agli occhi di molti connazionali all’estero rende ancora più difficile comprendere perché, proprio un cittadino italiano, debba invece pagare in anticipo per poter rientrare nel sistema sanitario del proprio Paese.
Il paradosso è tutto qui. Per chi arriva in Italia la porta della Sanità si apre subito. Per chi italiano lo è dalla nascita, ma vive oltre confine, prima si apre il portafoglio.

Da qui nasce una domanda semplice e forse scomoda. Se questa legge rappresenta davvero una grande conquista per gli italiani all’estero, perché tanti connazionali continuano a considerarla una beffa? Forse perché il diritto alla salute viene trasformato in un abbonamento da pagare in anticipo. Forse perché i 2.000 euro di oggi potrebbero non essere quelli di domani. Forse perché chi vive stabilmente all’estero continua a curarsi principalmente nel Paese in cui risiede, pur dovendo eventualmente versare un ulteriore contributo all’Italia.

E forse anche perché da chi è stato eletto proprio per rappresentare gli italiani nel mondo ci si sarebbe aspettati meno applausi e più battaglia. Meno comunicati trionfalistici. Meno peana per un risultato presentato come storico. Più proteste contro una norma che molti emigrati considerano discriminatoria nei confronti di cittadini italiani che già contribuiscono alla crescita e al prestigio del Paese oltre confine. Perché quando una legge viene accolta con più entusiasmo dai suoi promotori che dai suoi destinatari, forse il problema non è la comunicazione. Forse è la legge stessa. E forse è proprio il silenzio di chi avrebbe dovuto rappresentare queste ragioni a rendere questa vicenda ancora più amara per milioni di italiani residenti all’estero.

Il vero rischio è che, ancora una volta, gli italiani nel mondo scoprano di essere considerati una risorsa preziosa quando si parla di rimesse, investimenti, turismo elettorale o voti per il Parlamento, ma molto meno quando chiedono semplicemente di essere trattati come cittadini italiani. (Pier Francesco Corso)

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