Martedì 16 Giugno 2026 09:06
Centro Astalli: i rifugiati e la sfida della dignità oltre le frontiere


Il colloquio sulle migrazioni organizzato alla Gregoriana, alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato. Il vescovo Bizzeti: «Valorizzare le particolarità dei popoli, facendo in modo che ognuno sia sé stesso, imparando a essere uniti nelle diversità»
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Ha 75 anni e purtroppo non se li porta tanto bene. Non solo rughe, ma anche crepe profonde si vedono oggi nella concreta applicazione della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, il trattato internazionale che dal 1951 dovrebbe garantire protezione a chi fugge da persecuzioni e violenze. In un mondo segnato da nuove guerre, migrazioni climatiche e frontiere sempre più chiuse, il diritto d’asilo attraversa oggi una delle sue stagioni più difficili: eroso da politiche di chiusura, indebolito da accordi opachi e contestato da una parte crescente del dibattito pubblico.
Ma se «la dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera», come ha affermato Leone XIV pochi giorni fa alle Canarie incontrando migranti e operatori dell’accoglienza durante il suo viaggio apostolico in Spagna, allora occorre rinnovare l’impegno verso chi cerca protezione: «Non solo – dice padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli – per difendere i diritti dei rifugiati, ma anche per difendere la credibilità dei principi di umanità, giustizia e solidarietà sui quali si fondano le nostre società».
Proprio il Centro Astalli, in vista della Giornata mondiale del rifugiato che si celebra il 20 giugno, ha organizzato nel pomeriggio di ieri, 15 giugno, alla Pontificia Università Gregoriana l’incontro “Rifùgiati! L’accento posto su un diritto” per sottolineare come «la sfida più profonda non risieda nei numeri né nei trattati, ma in un cambiamento culturale che precede quello politico». Con la moderazione del giornalista Marco Damilano, la riflessione ha visto anzitutto protagonista un giovane di nome Carlos, avvocato sudamericano vittima nel suo Paese di gravi attentati per il suo lavoro di denuncia delle collusioni fra funzionari pubblici e malavita. Una storia durissima: costretto alla fuga in Italia, lontano dalla famiglia, gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Nelle scuole oggi racconta la sua vita: «Mostro ai giovani che la giustizia non è un’idea astratta, ma una scelta concreta».
A seguire, il vescovo Paolo Bizzeti, già vicario apostolico di Anatolia e fondatore di A.M.O. – F.M.E. (Amici del Medio Oriente – Friends of Middle East) ha ricordato le emozioni provate negli anni trascorsi accanto ai rifugiati in Turchia: milioni di persone in fuga fra siriani, iracheni, iraniani e afghani. «Stupore, per la dignità e la forza d’animo con cui affrontavano condizioni durissime. Rabbia, per le promesse tradite dall’Europa che si presentava come la patria dei diritti civili. Ammirazione, per il popolo turco che accoglieva con generosità quelle persone. Delusione, per la burocrazia ingiustificata che si frapponeva al nostro tentativo di far arrivare in Italia persone con i corridoi umanitari». Critica dura al Vecchio Continente: «In Medio Oriente la gente ha ottima memoria e un senso della storia che noi abbiamo perso: c’è una forte sfiducia nei confronti dell’Europa, non capiscono da che parte sta».
Un tema ripreso anche da Nathalie Tocci, politologa ed editorialista, Professor of the Practice alla Johns Hopkins SAIS Europe. «Il nostro è un continente che ha troppa paura (e decide di riarmarsi) ma anche troppa poca ansia di fare qualcosa – ha rilevato -. C’è troppo risentimento ma troppa poca indignazione verso quella patologia globale che è diventata l’indifferenza. C’è troppo cinismo (il diritto internazionale visto come un vezzo) ma troppo poca lucidità nel rendersi conto che disconoscerlo porta con sé gravi conseguenze». Da decenni ormai si cercano di esternalizzare le procedure di asilo: «È una cosa che non funziona». Qualche piccola speranza? «Le ultime guerre, Ucraina e Iran, non sono poi andate così bene per chi le ha iniziate violando il diritto internazionale: non funziona sempre la legge del più forte. Possiamo ancora pensare che il più forte sia chi quel diritto lo riafferma e lo attua. I governi – sono ancora le sue parole – non sono potenti come credono di essere e la società civile, che ha giocato un ruolo su Gaza, ha forse un potere maggiore di quello che pensa».
In questo contesto, ha concluso monsignor Bizzeti, «dobbiamo valorizzare le particolarità dei popoli, facendo in modo che ognuno sia sé stesso, imparando a essere uniti nelle diversità. Il rifugiato ha sempre diritto di raccontare la sua storia».
16 giugno 2026
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