Martedì 16 Giugno 2026 08:06
La missione, «questione di fede, non di operatività»


Presieduta dal cardinale Montenegro la Messa nella chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, che ha aperto la veglia per la pace promossa da Centro missionario ed equipe Efim. Il direttore padre Albanese: «La preghiera è la prima forma di apostolato»
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Vi è una profonda connessione tra l’annuncio cristiano e l’edificazione della pace. Questo perché «il cuore della missione è la pace, in quanto il cuore della missione è Cristo». Lo ha affermato il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo emerito di Agrigento, che ieri sera, lunedì 15 giugno, ha presieduto la Messa nella chiesa di San Giuseppe dei Falegnami al Foro Romano. La liturgia ha aperto la veglia di preghiera per la pace promossa dal Centro missionario diocesano e dall’equipe Efim, conclusasi questa mattina con la recita delle lodi guidata dal cardinale vicario Baldo Reina.
Nell’omelia il cardinale Montenegro, che l’8 luglio 2013 accompagnò Papa Francesco nella visita a Lampedusa, rifacendosi al magistero di Giovanni Paolo II ha esortato le comunità a ritrovare dinamismo nell’evangelizzazione. «Molte parrocchie purtroppo – ha osservato – sono luoghi dove la fede viene più congelata che annunziata». Si riducono, nell’esperienza del porporato, a essere «più un grembo che custodisce che un braciere che infiamma». In molte comunità ha riscontrato «una coscienza debole» e ha avvertito che quando «si abbassa il tono» della propria testimonianza si erge un «recinto», ci si ripiega su sé stessi diventando «semplicemente un ripostiglio», con la conseguenza che quanto vi è accatastato dentro «prima o poi viene eliminato».
Per Montenegro le realtà parrocchiali vivono una «estraneità missionaria» in cui «fa fatica a emergere la coscienza del fuoco di Pentecoste», tanto che «dopo duemila anni di cristianesimo, tre quarti del genere umano non sa che Gesù è venuto al mondo». La risposta a questa crisi non risiede nelle strategie pastorali o nelle raccolte fondi ma nella qualità della testimonianza, perché anche «i migranti, che sono musulmani, buddisti, pagani, oltre che chiederci conto del nostro interesse e benessere ci chiedono conto anche della nostra fede».
Da qui l’interrogativo su come si può essere costruttori di pace e testimoni se «nelle nostre comunità ci sono i piccoli partiti, i piccoli gruppi, se non ci si saluta neppure». Per questo, ha affermato l’arcivescovo emerito di Agrigento, «le chiese si svuotano. Noi non dobbiamo solo dire di essere inviati, ma dobbiamo accettare le conseguenze di questo invio». La missione è quindi «questione di fede, non di operatività», ha ribadito Montenegro, precisando che «soltanto nella fede si comprende e si fonda la missione». Solo questo dinamismo che porta a riconoscersi inviati da Cristo rende costruttori di pace. «La vera pace è Gesù – ha concluso il porporato -. Portarlo al prossimo è essere costruttori di pace».
La veglia di preghiera è stata frutto dell’impegno del Centro missionario diocesano di Roma dinanzi a uno scenario geopolitico instabile. Il direttore padre Giulio Albanese, che è anche rettore della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, ha invitato a continuare a pregare perché la «preghiera è la prima forma di apostolato, è l’occasione per rimettere in circolo quell’adrenalina spirituale che è necessaria per essere segni di contraddizione». Si continua a combattere «in tutte le latitudini» e dietro i conflitti, secondo padre Albanese, vi sono «sempre e comunque interessi egemonici ed economici» che si traducono in «tanta umanità immolata sull’altare dell’egoismo umano» e nel fiorire di un mercato bellico i cui numeri, «considerando anche il sommerso, superano i tre trilioni di dollari. Il debito di tutto il continente africano – ha affermato padre Giulio – è di un trilione e mezzo di dollari. Quindi, con meno della metà di quello che si spende in armamenti, si potrebbe risolvere la questione della povertà in Africa». Il missionario ritiene anche che la parola pace «è stata svuotata di senso e di significato». In questo contesto ai cristiani è chiesto di «andare al di là di quella logica sovranista insidiosa e perniciosa», per riscoprire l’universalità.
Durante l’offertorio sono stati portati all’altare cinque cilindri di cartone colorato (verde, rosso, azzurro, bianco e giallo) con su stampate le lettere degli alfabeti in uso nei cinque continenti, per simboleggiare le iniziali dei nomi delle vittime innocenti di tutte le guerre. La Messa, alla quale hanno partecipato membri di gruppi missionari, associazioni, movimenti, congregazioni religiose, è stata concelebrata da don Alberto Rorato, collaboratore parrocchiale di Santa Maria Stella Matutina, e don Stephen Ndegwa Ngugi, rettore di Santa Maria del Pianto ai Catinari. Al termine della celebrazione è stato esposto il Santissimo Sacramento e la preghiera è proseguita tutta la notte, scandita da canti e brevi letture.
16 giugno 2026
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