Giovedì 18 Giugno 2026 11:06
Maria Ludovica, dalla Balduina al Sud Sudan


L'operatrice umanitaria romana racconta la missione con Medici senza frontiere, prima di ripartire per il Congo. L'obiettivo: «Generare autonomia, non creare dipendenza»
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Ha compiuto studi che pongono al centro l’uomo e della laurea in antropologia, conseguita all’Università Bicocca di Milano, Maria Ludovica Ventura, operatrice romana di Medici senza frontiere, ha fatto poi la sua ragione di vita, non sapendo immaginare «un lavoro che non abbia un impatto tangibile e visibile sulle persone». Da poco rientrata da una missione di 6 mesi in Sud Sudan, dove ha operato come responsabile del Dipartimento delle attività di promozione della salute, la giovane operatrice umanitaria originaria della Balduina è in questi giorni in attesa del visto per ripartire «la prossima settimana per un intervento nella Repubblica democratica del Congo, per l’emergenza ebola», dice.
Tra ottobre 2025 e lo scorso aprile, invece, la 31enne ha lavorato nella parte orientale dell’Area amministrativa della Grande Pibor, una delle regioni più isolate del Paese, al confine con lo Stato di Jonglei, il più grande e popoloso del Sud Sudan, interessato da una grave crisi umanitaria causata da conflitti armati, violenze, alluvioni e carestie. In particolare, Maria Ludovica ha operato a Maruwa, «un contesto remoto e dimenticato dalle istituzioni, dove non si percepisce in alcun modo la presenza di strutture statali – racconta -, per cui la clinica di Msf rappresenta l’unico punto di accesso alle cure per le popolazioni seminomadi di quel territorio, che si spostano da fine novembre a giugno a motivo della stagione secca».
Per questo motivo, «il progetto, tra le altre cose, ha messo in atto una clinica mobile per l’assistenza delle persone sulla rotta migratoria», sono ancora le parole di Maria Ludovica che, nello specifico, nel corso della missione si è «occupata di promozione della salute, accesso all’acqua e salute sessuale e riproduttiva». Concretamente, spiega, «si tratta di andare di capanna in capanna e in generale di fare delle sessioni di sensibilizzazione nei villaggi, dando alle persone informazioni, e dunque strumenti, e rispondendo alle domande che vengono poste», oppure «si incontrano i rappresentanti più influenti della comunità per condividere con loro traguardi e sfide e ricevere riscontri su cosa funziona e cosa no, ad esempio rispetto alla gestione dell’acqua, o su come evitare contaminazioni».
In tal modo «si rendono le persone partecipi e protagoniste di un progetto, perché non viene calato dall’alto un pacchetto di soluzioni definite in partenza ma ci si adatta ai loro bisogni e alla realtà in cui si viene accolti: una cultura così diversa dalla nostra richiede soluzioni ragionate e su cui riflettere a un altro livello – fa notare Maria Ludovica -. Tutto questo ha la finalità di generare autonomia e non, invece, un legame di dipendenza». L’unico legame che si intende creare è «di fiducia e di relazione vera», in particolare «per guadagnare il consenso dei mariti» laddove primariamente «c’è resistenza nei partner, non nelle donne, ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e in merito alla contraccezione, perché la prole ha un ruolo sociale importante e centrale e gli uomini hanno in generale voce in capitolo sulla salute della donna», racconta Maria Ludovica.
Tuttavia va scardinata la visione «di una donna vulnerabile» perché, al contrario, «per stare in quel contesto la donna dimostra una grande forza, non scontata e che tu scopri essendone diretta testimone, ricevendone per te a tua volta», riflette l’operatrice di Msf, che conclude considerando come «al rientro dalle missioni ti accorgi di avere ricevuto da loro più di quanto hai dato» perché «dal confronto con realtà diverse dalla nostra c’è sempre un arricchimento e la decostruzione di modelli e idee che diamo per scontati».
18 giugno 2026
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